Sermig

Fabbrica di clandestini

di Matteo Spicuglia - Vaie è un piccolo comune della Valsusa, in Piemonte. Da qualche tempo ospita un ristorante speciale: la Locanda del Priore ha assunto persone con caratteristiche particolari, giovani con disagi psichici o in difficoltà, categorie che difficilmente avrebbero accesso al mondo del lavoro. Tra i dipendenti ci sono anche Vajon e Mamadou, due giovani africani accolti in valle negli ultimi anni. I volti di un’esperienza virtuosa portata sul palmo di mano dalla prefettura: la microaccoglienza diffusa. Dimenticate le grandi concentrazioni di immigrati, la gestione più o meno opaca di qualche cooperativa. Qui sono i comuni i veri protagonisti, sono stati loro a chiedere di poter gestire l’accoglienza dei migranti, con una ripartizione paese per paese. Tre, quattro, cinque alla volta. «Il modello ha funzionato – spiega Andrea Archinà, sindaco di Avigliana, comune capofila – i piccoli numeri ci hanno permesso di creare percorsi di integrazione vera». Case affittate da gente del posto, mediatori ed educatori locali, rendicontazione pubblica e minuziosa dei famosi 35 euro: corsi di lingua, formazione, borse lavoro, nessuna forma di lucro. L’esperienza della locanda è nata in questo contesto che adesso però rischia di essere spazzato via, insieme a tutti gli sforzi di cittadini, istituzioni e associazioni sul fronte dell’integrazione.

È la conseguenza del cosiddetto decreto sicurezza che rivoluziona le regole in tema di accoglienza. Il punto dirimente è la cancellazione dell’istituto della protezione umanitaria, lo status concesso alla maggior parte dei migranti richiedenti asilo. La nuova norma prevede che alla scadenza, i permessi umanitari non potranno più essere rinnovati. Il migrante che avrà un’occupazione stabile potrà convertire il proprio titolo in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Tutti gli altri, anche coloro che frequentano corsi di formazione, tirocini o altri percorsi lavorativi, diventeranno irregolari.

La strada è segnata: estromissione dai centri di accoglienza e dai progetti, un foglio di via, ma nessun rimpatrio dal momento che l’Italia ha accordi bilaterali con pochissimi Paesi. Risultato: decine di migliaia di clandestini creati a tavolino. Secondo una prima stima, almeno 40mila persone in tutta Italia.

Con una sfumatura in più: esperienze come la microaccoglienza saranno disincentivate, di fatto svuotate. Le nuove norme prevedono un taglio netto delle quote per migrante inseriti in progetti di questo tipo (sono più alte quelle per i grandi centri di accoglienza), ma anche la cancellazione dei progetti educativi per i richiedenti asilo, a cominciare dall’insegnamento dell’italiano. Instabilità totale, un sistema che rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Perché in questo caso non stiamo parlando di migranti che delinquono, ma di persone che hanno dimostrato con i fatti di volersi integrare. Come John, arrivato quattro anni fa in Piemonte.

La storia di tutti: il deserto, la Libia, il mare, la fatica di ritrovarsi in un Paese sconosciuto. John non è stato con le mani in mano: ha studiato, ha ottenuto la licenza di terza media per poi frequentare un corso per diventare meccanico. Adesso sta cercando un lavoro. Se non lo troverà, anche lui diventerà un invisibile. «I ragazzi che hanno ottenuto dei risultati – spiega don Luigi Chiampo, responsabile dell’ufficio migranti della diocesi di Susa – hanno ricevuto e soprattutto ci hanno dato fiducia. È assurdo pensare che saremo costretti a dire a tanti di loro: ci dispiace, non possiamo più fare niente per te. La nuova legge non considera minimamente il lavoro fatto ed è una follia». Gli effetti già si vedono. Molti giovani africani stanno tentando di raggiungere la Francia. I flussi al confine piemontese sono in crescita con tutti i pericoli del caso. Tanti ce la fanno, molti altri vengono respinti dalla gendarmerie francese, qualcuno muore. Per chi? Per cosa? E la chiamano sicurezza…

Matteo Spicuglia
NP FOCUS - Rifugi