Sermig

Una nonna ci salverà

di Matteo Spicuglia - Il progetto rivoluzionario delle panchine dell’amicizia.
Non è un’analista, non è un dottore, non è nemmeno un parente. È qualcosa di più. Ascolto, condivisione, aiuto. Semplicemente, una nonna. L’idea è venuta a Dixon Chimbada, uno psichiatra della Zimbabwe dopo la crisi umanitaria del 2005 che aveva lasciato sul terreno oltre 700mila persone. Senza casa e senza lavoro, con ferite interiori che quasi nessuno sapeva cogliere.

Disagio vero, psicologico, depressione diremmo in Occidente. Che fare però in un Paese dove gli psichiatri sono appena 14 e soprattutto dove la gente non ha soldi per accedere ai servizi sanitari? Il dottor Chimbada ha pensato così alle nonne. Modello semplice: un corso di formazione, la disponibilità a condividere le storie della gente, una panchina per ascoltarle, proprio come fosse una chiacchierata tra persone della stessa famiglia. Il progetto intitolato La panchina dell’amicizia è partito 13 anni fa con 14 nonne diventate oggi 500, con numeri incredibili: negli ultimi due anni dalle panchine sono passati oltre 40mila pazienti. E la cosa più bella è che nessuno è pagato. Volontariato puro, insomma.

«Le nonne – ha spiegato il dottor Chimbada in un’intervista al Corriere della Sera – sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone. Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni. Infine si fa pratica con pazienti veri».

È il momento dell’ascolto, dell’apertura del cuore, perché di questo si tratta. La nonna fa spazio a chi ha davanti, prende appunti e alla fine del dialogo prova a mettere a fuoco il problema. L’obiettivo è alzarsi dalla panchina con una soluzione, un consiglio, una carezza. Perché molto spesso chi arriva non ha veri e propri problemi psicologici, ma il grande bisogno di essere ascoltato, accolto. Se ne è resa conto in prima persona nonna Rudo Chinhoyi, nel programma fin dai primi giorni. «Ho aderito perché volevo aiutare le persone della mia comunità. Le persone depresse erano troppe. Ce n’erano tantissime e volevo ridurre il numero.Sono sempre stata così, desidero aiutare gli altri e poi do molto valore agli esseri umani».

Nonna Rudo in questi anni ha fasciato di speranza situazioni di ogni tipo: persone con problemi di droga, sieropositive, tanti poveri, chi ha perso di vista il senso della vita. «Mi presento e dico: “Qual è il tuo problema?” Raccontami tutto e lascia che ti aiuti con le mie parole». Il resto avviene. È per questo che il progetto funziona e ha messo radici anche in altri Paesi. Solo in Africa, a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. Con il sogno di esportarlo anche negli Stati Uniti e in Europa. Chissà? Forse anche in Occidente, una nonna ci salverà.

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO