Sermig

L'arma della cultura

di Chiara Genisio - Studiare migliora la vita. Lo possono testi­moniare gli studenti detenuti iscritti ai vari poli universitari legati alle carceri italiane. Una buona pratica che coinvolge ancora poco più dell’1% della po­polazione carceraria, ma che rap­presenta una esperienza positiva da diffondere ed espandere. Ad oggi sono coinvolti 57 istituti peni­tenziari, 28 atenei.

Tutto è iniziato vent’anni fa, nel 1998, a Torino nel carcere Lorusso Cutugno, lo rac­conta bene Maria Teresa Pichetto nel suo libro Se la cultura entra in carcere (Effatà Editrice). Docente all’Università di Torino ha credu­to, ha alimentato, ha caratterizza­to questo progetto coinvolgendo altri suoi colleghi. Negli anni altri Istituti e Atenei hanno realizzato iniziative analoghe. In linea con quello che dovrebbe essere lo spirito della Costituzione che indica la pena come forma che deve in ogni modo tendere alla rieducazio­ne.

La cultura è un’arma, la mi­glior arma, per superare le sbarre. Dona speranza a chi ha compiuto scelte sbaglia­te e cerca una forma di riscatto. Non esiste un model­lo unico di Polo universitario dentro il carcere. Se a Tori­no i docenti svolgono il loro servizio gratuitamen­te, dentro un’area del carcere dove i detenuti hanno spazi comu­ni di studio e aule, e le sessioni di laurea avvengono dentro l’audito­rium della casa circondariale, in Toscana il Polo unisce le Univer­sità di Firenze, Pisa e Siena, grazie anche all’apporto dell’associazione Volontariato penitenziario.

Interes­sante l’esperienza sarda. A Sassari il percorso del Polo universita­rio penitenziario era iniziato nel 2004 con un accordo con il Di­partimento dell’amministrazione penitenziaria. Nel 2014 un proto­collo d’intesa ha dato inizio a una partnership con il Provveditorato dell’amministrazione penitenzia­ria. Quattro le carceri protagoniste: Alghero, Tempio, Sassari e Nuoro. Si stanno sviluppando buone si­nergie anche in Calabria.

Da Nord a Sud sono tanti i corsi di laurea at­tivati, da giurisprudenza a scienze politiche, agraria, lettere, scienze della formazione ma anche medici­na. Lo studio cambia la vita anche ai detenuti che non sono riusciti a conseguire la laurea, aver vissu­to l’esperienza universitaria gli ha permesso di scoprire un carcere autenticamente alternativo, che ri­educa. Lo dimostrano i numeri, se a livello nazionale la recidiva per i detenuti è molto alta, diminuisce per coloro che hanno avuto l’op­portunità di studiare. «Solo tu puoi farcela, ma non da solo» è la frase dipinta all’ingresso della sezione del Polo universitario del carcere torinese, l’augurio è quello che pos­sa diventare modello per tutti.

Chiara Genisio
Senza barriere
Rubrica di NUOVO PROGETTO