Sermig

Armi e migranti

di Nello Scavo - La realtà dietro il fenomeno dell’immigrazione.
In questo momento nel mondo ci sono un centinaio di conflitti a bassa, media e alta intensità, che provocano quasi 70 milioni di profughi di guerra. E dietro le guerre cosa c'è? La difesa dei confini, la protezione della razza, motivi religiosi? In realtà ogni volta che ho raggiunto un’area di crisi, tutte queste ragioni non le ho trovate. Prevalgono, semmai, altri interessi. Un dato su tutti: non c'è alcun comparto economico che negli ultimi 5 anni abbia fatto registrare una crescita a tre cifre come la produzione e l'esportazione di armi da guerra.

Nei conflitti c'è chi ci guadagna e chi ci perde. Penso a quello nello Yemen dove stanno morendo di fame migliaia di bambini. L’Italia è stata in questi anni il principale esportatore delle bombe aeree utilizzate dalla coalizione saudita di 10 Paesi che quotidianamente bombarda il Paese. I governi degli ultimi anni, di qualsiasi colore, hanno sempre autorizzato l'esportazione di queste bombe.

Ma è dal Corno d'Africa, Somalia, Sudan, Kenya e altri Paesi limitrofi, che ogni giorno decine di migliaia di migranti, attraverso i pirati somali, raggiungevano lo Yemen per andare a lavorare in tutta la penisola araba. Proprio a causa del conflitto, questo flusso si è drasticamente ridotto e solo l'anno scorso 150mila africani sono scappati dallo Yemen per tornare nel Corno d'Africa e provare poi a raggiungere l'Europa. Nessun esponente politico ha mai spiegato la ragione per cui dobbiamo esportare armi usate in una guerra che fa aumentare il numero di migranti verso l'Italia, salvo poi lamentarsi dei “troppi” migranti che arrivano in Italia...

In Libia ci sono tre regioni, 14 tribù, circa 300 tra milizie e bande armate. Lo stesso vale per la Siria con oltre 70 gruppi combattenti. Nel settembre 2017 sono riuscito ad introdurmi in una prigione clandestina di scafisti libici, per raccontare in diretta le condizioni dei migranti che si trovavano lì. Arrivai senza visto, grazie a un trafficante di nafta, che era stato migrante irregolare in Italia, poi regolarizzato in Liguria dove guidava i carri del soccorso autostradale. Con i soldi che era riuscito a mettere da parte si era comprato una vecchia autobotte in Tunisia dove era tornato a vivere con la sua famiglia. Decise di accompagnarmi in un campo, facendosi pagare naturalmente.

Era una prigione clandestina, gestita dai trafficanti di uomini, e la situazione era davvero disperata. Un giorno ho incontrato una ragazza subsahariana che armeggiava con i bocchettoni del carburante. Era molto trascurata, puzzava, tutto sembrava in quel momento tranne che una donna. Un po' di nascosto mi disse in francese: «Io voglio essere brutta, ogni giorno più brutta». Capii subito il perché vedendo come vivevano questi migranti, in totale promiscuità; capii la paura di queste persone disposte a correre qualsiasi rischio pur di arrivare in Europa. O ancora, la storia di Rhoda, una ragazza di 15 anni, bellissima, che arrivata nel campo conobbe il suo primo uomo, controvoglia. Questi cominciò a darla in pasto agli altri, tutte le notti, per molte notti. Lo chiamavano "il bastardo di Zuara", la città da cui viene gestito gran parte del traffico di esseri umani. Lui era uno dei boss del traffico di migranti e anche capo di un servizio di vigilanza delle strutture petrolifere, anche italiane. Una mattina Roda fu trovata morta in un lago di sangue: si era uccisa con una lametta che probabilmente aveva sottratto a qualche immigrato maschio.

Queste storie non ci possono lasciare indifferenti perché la Libia non è un luogo estraneo all'Italia. Le nostre principali aziende energetiche lavorano lì e per lunghissimi anni siamo stati i principali beneficiari del petrolio libico, insieme ad un serie di altri interessi. Questo dovrebbe responsabilizzarci di più. Anche lì è stata fatta una guerra nel “nostro interesse”. Ma è così? Non voglio più vivere in un mondo nel quale ci sia qualcuno che spari nel mio nome e che sia costretto a farlo anche per difendermi. Voglio un mondo in cui la gente scegliendo la bontà, scelga anche la pace. Come quel medico cristiano che in un pronto soccorso di Mosul, città massacrata dall'Isis, si trovò di fronte in sala operatoria gli assassini della sua famiglia. Li curò tutti, uno ad uno. «Perché ci curi?», chiesero. «Perché io non sono come voi».

Estratto di un incontro dell'Università del Dialogo

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Rubrica di NUOVO PROGETTO