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Politica e anti-politica

di Claudio Monge - Democrazie sotto attacco, tra populismi e dispotismi.
La retorica autoritaria e populistica che caratterizza molte leadership politiche attuali, in Europa e nel Mondo, adotta due discorsi apparentemente opposti ma che puntano allo stesso risultato: un’approccio manicheo al reale, in una esasperazione dell’opposizione che non ammette sfumature, e un approccio dogmatico, intransigente e settario, che tende a fare, in fondo, di tutte le erbe un fascio.

In entrambi i casi, si punta ad eliminare la possibilità di un giudizio obiettivo e circostanziato su avvenimenti e persone e, per quanto riguarda la gestione del potere, si neutralizza qualsiasi sistema di controllo, considerandosi dispensati a rendere conto del proprio operato, tradendo così un principio fondamentale della democrazia di “rappresentanza”. Ma l’impraticabilità di un giudizio morale, caratterizza largamente anche l’universo della cosiddetta “anti-politica”, che è un’altra espressione populistica della politica stessa che punta ad una vera e propria delegittimazione delle istituzioni, facendo però finta di voler semplicemente mandare a casa la “vecchia classe dirigente” portando una “ventata nuova”. In un clima di disordine degli spiriti e, talvolta, anche di violenza degli atti, si favorisce, di fatto, una confusione generalizzata che fa il gioco di chi detiene dispoticamente il potere o di chi lo ricerca per secondi fi ni (anche per semplice vanagloria).

I rappresentanti di queste due ultime categorie, rivendicano la volontà di applicare una “democrazia diretta”, facendo credere ai cittadini di essere davvero attori del proprio futuro, di poter esercitare essi stessi direttamente il potere legislativo, senza necessità di alcuna intermediazione o rappresentanza parlamentare. In realtà, si tratta di una grande bufala, di una simulazione democratica! Del resto, il referendum (principale strumento della democrazia diretta, generalmente abrogativo di un testo legislativo votato dal Parlamento) è sempre più frequentemente rimpiazzato con sondaggi uffi ciosi in gazebo improvvisati o impalpabili piattaforme digitali, in cui la manipolazione dei dati è pratica costante incontrollabile e incontrollata.

Certo, non si può negare che la democrazia rappresentativa, che è poi l’unica liberale e costituzionale, sia profondamente in crisi. Ma, ancora una volta, i populisti stessi sono in prima linea nell’esclusione di parti consistenti della popolazione di una società data, dal circuito della rappresentanza: basti pensare alla venatura xenofoba di molti dei loro discorsi. Il fatto poi che percentuali sempre più rilevanti della popolazione residente in un Paese, composte da individui nati in altri Paesi, siano sprovviste dei diritti politici e di cittadinanza e pertanto si trovino in sostanza a subire passivamente gli effetti delle decisioni prese dalle comunità in cui vivono, senza poter in alcun modo concorrere alla formazione delle stesse, è uno dei limiti principali della democrazia rappresentativa nel suo stato attuale.

Cancellare queste persone, o far fi nta che non esistano, signifi ca privarsi però della possibilità di un futuro e ignorare quello che il buon Sofocle insegnava: «…non volere che tutto sia in tuo potere e concediti di cambiare idea». La “hybris”, la dismisura, l’assenza di limiti, genera tirannidi; lo testimonio vivendo in Turchia ma pensando anche all’Italia attuale.

Claudio Monge
LEVANTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO