Sermig

I 999 Passi della Pace

“Credo alla pace perché ho visto la guerra” è uno slogan del Sermig che chiunque può rendere suo. Con adolescenti e giovani all’Arsenale della Pace teniamo spesso Laboratori di confronto sul tema della pace. Abbiamo scoperto che tutti loro hanno almeno un “ricordo di guerra”: un racconto, una sequenza di immagini, un incontro in cui, improvvisamente, la guerra è diventata concretezza, insieme a questa certezza: “La guerra è sofferenza, non la vorrei per me, né per i miei cari”.
Portare alla luce questi ricordi di guerra significa spogliarsi dell’impermeabile dell’indifferenza, con cui abitualmente ci difendiamo dai problemi del mondo, e lasciare che gli stimoli della realtà ci tocchino la pelle, proiettandoci verso la profondità delle situazioni. Solo così possiamo capire qualcosa del mondo in cui viviamo.

È ciò che ci è accaduto nel Sermig: portando aiuti allo sviluppo, abbiamo incontrato i drammi della guerra. Ci siamo messi nei panni delle popolazioni: uomini e donne come noi. Che chiedevano aiuto come avremmo fatto noi. Cosa fare? Manifestare per la pace già negli anni ‘60/’70 era uno sport diffuso, ma come passare a gesti più concreti?

Aereoporto di Beirut, settembre 2006:
scarico degli aiuti umanitari del Sermig

Se volevamo trovare la strada della pace, dovevamo andare a scuola da chi ne sapeva qualcosa. Così abbiamo incontrato missionari, sindacalisti, giornalisti, rifugiati politici, uomini e donne di pace: i cartelli indicatori che ognuno di noi ha a disposizione. Ci hanno insegnato che costruire la pace significa ricostruire legami e situazioni dove la guerra li ha spezzati. Ecco perché pace e sviluppo vanno insieme. Così abbiamo scoperto i 999 passi che portano alla vetta della pace ignorati dai media. L’unico passo che fa notizia è il numero 1000, quello che pianta la bandiera in vetta: la firma di un trattato da parte dei capi. Ma gli altri 999 lo rendono possibile, e sono anche tra le nostre mani.

La pace infatti arriva solo quando una popolazione è matura per viverla. E questa maturazione ha bisogno di molte componenti: tenere in vita un popolo durante il conflitto, sostenendo alimentazione, accesso all’acqua, salute; permettergli di istruirsi; agevolare gli scambi con l’estero; sottrarre i bambini all’arruolamento come soldati e le bambine allo sfruttamento sessuale, che ne pregiudicano il futuro; sostenere progetti di formazione nonviolenta e democratica… sono tutti modi per contribuire alla pace. E poi: non basta la firma di un trattato per l’instaurazione della pace. Anche dopo, occorre continuare a sostenere la riconciliazione tra la gente, la ripresa dell’economia, la formazione della classe dirigente, la giustizia ed il dialogo negli scambi internazionali… Altrimenti, la guerra tornerà.

La pace perciò non ha bisogno di eroi solitari, ma di gente che sappia fare il gioco di squadra. Quasi sempre noi lasciamo sole le persone che operano nei Paesi in guerra. Invece, la loro squadra possiamo essere noi. Oggi, molto più di 10 anni fa, la distanza non è un alibi.


Un’ultima riflessione, nata dagli ormai vent’anni di accoglienza di stranieri presso l’Arsenale della Pace di Torino: il mondo ci osserva. Persone provenienti da Paesi in guerra sempre più spesso entrano in contatto con noi, in Italia, per strada, sugli autobus, negli uffici pubblici, nei negozi, tramite la televisione... Cosa trovano? Una società pacificata o le guerre degli stadi, dell’aggressività quotidiana nei condomini o nel mondo del lavoro e della politica, le guerre del bullismo, della droga, della disoccupazione giovanile, del sabato sera…? È il nostro comportamento che può insegnare a vivere in pace a chi la pace non l’ha mai conosciuta.
Il mondo cambia se cambio io.

Per approfondire alcuni interventi:
Tenda della pace
Reportage dal Libano
Meditazione del Sermig all'ONU
Medio Oriente Terra Amica