Sermig

La Gioia di rispondere Sì


Rileggendo la nostra storia

Sono in Brasile con dom Luciano Mendes de Almeida, vescovo di Mariana (Brasile), che rappresenta un incontro pilotato da Dio; è un uomo che conta nella mia vita e con immenso stupore penso di contare anch'io nella sua. L’incontro questa volta ha uno scopo. Voglio chiedergli di scrivere la Regola del Sermig che da tempo e da più parti mi viene richiesta. Lui ascolta attentamente e prontamente mi risponde: «Eh no, la Regola la scrive il fondatore! Il Signore ha fatto a te il dono di questo carisma. Devi scriverla tu».
Sono emozionato, non so cosa sarò capace di fare, ma accetto pensando al bene che ho ricevuto ogni volta che ho accolto i suoi consigli.
Cerco la chiave del nostro cammino, delle nostre attività, della nostra fedeltà di questi anni. Non è difficile. La chiave è Gesù, l’incontro fondamentale della mia vita, il senso di tutto, sempre. Dal momento del primo incontro, la sua Parola è diventata una parola per me, una parola difficile ma non impossibile da vivere. Quando Lui dice: «Se non ritornerete come bambini», è per me e ci credo.
Quando ci insegna a pregare: «Padre nostro», credo veramente che noi tutti siamo figli di Dio e fratelli tra noi.
Quando raccomanda: «Pregate incessantemente», quell'incessantemente è diventato come il mio respiro.
O se dice: «Amate i nemici», non considero queste parole una semplice esortazione, ma un imperativo per me.
Ho capito che mi sono innamorato di Gesù. Non ho costruito sulla sabbia, ho costruito con Lui. Questa è stata la mia vita, con gli alti e i bassi, come la vita di tutti, ma il mio amore a Gesù è rimasto costante. Tutto quello che mi è venuto incontro non l’ho affrontato secondo la mia mentalità, ma secondo Gesù che avevo incontrato.
Con questa chiave ho iniziato la preghiera, la riflessione e ho lasciato liberi la mente e il cuore per scrivere questa «Regola non regola».
Regola che nasce da una storia. Siamo nati il 24 maggio del 1964, in un’epoca di violenta contestazione.
Un’epoca in cui per essere veramente cristiani occorreva rivendicare, condannare, schierarsi secondo un’ideologia. Ma noi volevamo restare «attaccati a Gesù», il Figlio di Dio che ha parole di vita eterna, Colui che dice: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno», Colui che rassicura: «Le forze del male non prevarranno».
Siamo rimasti attaccati a Lui per lottare contro la fame, contro le ingiustizie che causano la miseria; e soprattutto per lottare contro il peccato in tutte le sue espressioni di orgoglio e di egoismo, di odio e di violenza.
È iniziato così un cammino che ha messo in gioco noi stessi, il nostro tempo, la nostra intelligenza, i nostri beni materiali e spirituali.
Sofferenze e prove indicibili ci hanno fatto scoprire il silenzio, la forza di essere disarmati.
Abbiamo cercato di capire cosa significa amare i nemici e ci siamo accorti che, a volte, è ancora più difficile amare coloro che dovrebbero essere amici. In quel momento abbiamo sentito tutta la nostra fragilità.
Abbiamo messo il nostro essere giovani al primo posto nel progetto di vita che stava prendendo corpo, per formare noi stessi e trasformarci in comunità. Gesù è diventato il nostro Tutto, il nostro Gesù.
È nata così la voglia di essere con i giovani, per loro. E con loro per i più poveri, non solo quelli lontani, ma per i poveri di casa nostra: italiani e stranieri, carcerati e vittime della tratta, malati e anziani, rifugiati politici e senzatetto, madri sole con i loro bambini, bambini e giovani diversamente abili…
Questi amici ci hanno educato a capire che restando attaccati a Gesù, come il tralcio alla vite, nulla è impossibile.
La povertà di mezzi e di risorse nella quale ci siamo trovati con l’arrivo dell’Arsenale, il 2 agosto 1983 a Torino, ci ha fatto scoprire che la sproporzione è il terreno della Provvidenza.
E in tutto ne abbiamo sperimentato il sostegno. Nel tempo abbiamo cominciato a pensare che dovevamo dare la vita con un sì totale e senza condizioni. Con la determinazione di un maratoneta, la fiducia di un sognatore, la semplicità sorridente di un bambino.
Ci siamo ritrovati così ad essere nel seno della Chiesa una fraternità – la Fraternità della Speranza – senza abbandonare il nome delle nostre origini, Sermig, ora pieno di significato: Servizio Missionario Giovani.
In tutti questi anni Maria ci ha avvolti con la sua tenerezza.
È Lei che ci ha portati a suo figlio Gesù, Signore della nostra vita, svelandoci la paternità di Dio e la potenza dello Spirito Santo.
È Maria che ora mi guida a tracciare le linee di una Regola di vita che possa dare solidità e futuro a questa avventura, una Regola che inviti a pronunciare con gioia, proprio come Lei: «Sì, Signore ». È a Lei che dedico questa avventura, perché la protegga e l’aiuti ad essere sempre e per sempre solamente opera di Dio.

San Paolo, 6 agosto 1996
Festa della Trasfigurazione del Signore


Benvenuto a casa tua

Amico caro, amica cara,
se vuoi accogliere il Vangelo
nella sua interezza,
se cerchi nella presenza di Dio
una spiritualità che ti avvolga totalmente,
se senti di donare la tua vita
senza condizioni
a Dio e ai fratelli,
se credi nella speranza,
benvenuto, benvenuta.
La Fraternità ti accoglie
e ti offre un impegno
che può coinvolgere tutta la tua vita.
Un impegno tanto più leggero
quanto più semplice e sorridente
sarà l’animo con il quale saprai accoglierlo.
Non troverai in queste pagine
un programma
con norme e regole cui adeguarti,
ma una mentalità per crescere nell'amore,
cioè nel dono di te.
Ti chiediamo
di essere e restare innamorato di Gesù
tutta la vita,
di permettere allo Spirito
di aprirti alla realtà della Presenza,
di entrare nei pensieri di Dio
per essere donna e uomo di speranza.
Maria con la sua tenerezza
ti sarà sempre accanto.

«Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cosa cercate? Gli risposero: Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori? Disse loro: Venite e vedrete» (Gv 1,38-39).


Lo spirito che ci guida

Amare con il cuore di Dio
Ricambiare il male con il bene
La bontà che disarma
L’imprevisto accolto
Il diverso capito
Il sì come Maria, senza condizioni
Liberi di dire sì
Liberi di stare insieme
La gioia della restituzione
Le gocce che diventano mare
La gratitudine nel cuore
I piccoli che fanno cose piccole
I piccoli che fanno cose grandi
Una famiglia che accoglie
Il silenzio che parla
La forza della preghiera
L’impossibile cancellato nella fede
La luce che annulla il buio
L’umiltà che costruisce
Il problema dell’altro che diventa mio
L’io che è già noi
Felici di far felici gli altri
Condividere la gioia e il dolore
Custodi gli uni degli altri
Portare i pesi gli uni degli altri
Il bene fatto bene
Il valore di un minuto
L’impegno per la pace
La certezza della speranza
Io la vela Tu il vento
Amare la vita
Poveri, ma ricchi di Dio
Amici di Gesù nel suo Spirito alla presenza del Padre.

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te. Da’ del tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Chiedi consiglio a ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio. In ogni circostanza benedici il Signore Dio e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine» (Tb 4,15a-16a.18-19a).


Il Vangelo nostra regola

Il Vangelo è la nostra regola di vita
perché ci comunica Gesù.
Impariamo così a pregare
come pregava Lui,
ad operare come Lui operava,
ad avere i suoi stessi sentimenti.
Gesù è il Signore della nostra vita
e noi cerchiamo di trasformare
la nostra vita nella sua.
Quando Gesù fa un dono,
ne fa la sua meraviglia
e dà la grazia per viverlo sempre.
Tutte le parole del Vangelo
sono parole scritte per noi,
possibili da vivere,
altrimenti non le avrebbe pronunciate.
La Parola rinnova ogni giorno
l’eternità dell’incontro
con Gesù, il Figlio di Dio.
La Parola colma la nostra povertà,
e l’«assurdità» delle Beatitudini,
il porgere l’altra guancia, il perdono
diventano possibili.
Da soli non ce la faremo mai,
ma Lui si fa vicino a noi
e attraverso noi
diventa il Presente, oggi, nella storia.

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,4-5.7-8).


Parola e presenza di Dio

Come la pioggia e la neve
che scendono dal cielo
non vi ritornano
senza aver fecondato la terra, così la Parola
feconda la nostra vita quotidiana.
È attraverso la Parola
che il Padre rinnova con noi la creazione.
È attraverso la Parola che Gesù vive in noi.
È attraverso la Parola che lo Spirito ci parla.
La Parola ci immerge in una Presenza,
la presenza di Dio Padre, Figlio
e Spirito Santo.
La presenza di Dio è la verità che ci avvolge.
Qualunque cosa facciamo,
in tutte le stagioni della nostra vita,
Dio è dentro di noi e opera con noi.
Chi è alla presenza di Dio sa inginocchiarsi
per riprendersi la purezza.
Chi prega molto ama la povertà.
Chi ha fatto di Dio la sua logica
conosce, amandoLo, il valore dell’obbedienza.

«Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11).


La preghiera realtà della Presenza

La nostra vita ha preso la strada del Signore
quando abbiamo incontrato
la preghiera
e per prima cosa abbiamo capito
che non sapevamo pregare.
Da quel momento abbiamo desiderato
con tutto il nostro cuore,
con tutta la nostra mente,
con tutte le nostre forze,
imparare a pregare
e la bontà del Signore ci è venuta incontro.
Pregare è restituire il tempo a Dio,
desiderare che Lui abiti nel nostro cuore,
pensare e volere ciò che a Lui piace.
Ci nutriamo ogni giorno della sua Parola,
la mangiamo e la portiamo sempre con noi.
L’Eucaristia ci dà la grazia di cibarci di Gesù.
La Liturgia delle Ore ci immerge pienamente
nella comunione dei santi.
Il rosario è il nostro affidarci a Maria,
alla sua tenerezza, alla sua maternità.
Ravviviamo così in noi
la presenza di Dio Padre,
Figlio e Spirito Santo.
Lo guardiamo e ci sentiamo guardati da Lui.
Maciniamo continuamente la sua lode:
«Sei buono Signore,
usami, aiutami, misericordia, misericordia».
Così la nostra giornata
è segnata dalle ore di preghiera
che si intrecciano con la vita:
pregare e agire, pregare e amare,
pregare e tacere,
pregare e operare, pregare e ascoltare.
Altre presenze ci aiutano
a tenere viva la preghiera:
quella degli angeli, dei santi protettori,
di tanti amici buoni che in terra e in cielo
continuano a pregare con noi e per noi.

«Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9).

«E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (Gv 14,13-14).


Il dono della speranza

Il dono particolare che il Signore ci ha fatto,
essere speranza per gli uomini
del nostro tempo,
si radica in noi
nella misura in cui ci svuotiamo di noi stessi
e ci riempiamo della presenza di Dio:
il Padre che ci ama costantemente,
il Figlio che ci comunica la sua Parola,
lo Spirito Santo che ci sospinge
verso strade e fatti nuovi.
Comunichiamo speranza,
aiutiamo l’uomo del nostro tempo
a «tirar fuori» la speranza assopita,
se ci riconosciamo abitati da Dio,
liberi da ogni spirito di giudizio,
da ogni rancore, da ogni rivalità,
se impariamo a vivere
secondo le Beatitudini evangeliche:
puri di cuore, miti, poveri,
pacificati e pacificatori.

«Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo» (Lc 6,20-23a).


Fraternità nella Chiesa

Se vuoi vivere in questa Fraternità
i doni del tuo battesimo,
scegli di essere nella Chiesa
non come in una struttura,
ma come in una Presenza a cui convertirsi,
la presenza di Gesù,
aderendo a Lui con amore,
muovendoti come un figlio e un fratello
in questa sua Presenza.
È una Presenza
a volte difficile da riconoscere,
faticosa da vivere,
al limite dell’impossibile,
ma è reale.
Gesù l’ha voluta
per aprirci la strada del Regno
e per annunciare a tutti la lieta novella
dei «cieli nuovi e terra nuova».
Di fronte ai dubbi che ci assalgono
mettiamoci in ginocchio e,
pregando incessantemente,
chiediamo allo Spirito Santo
di saper discernere il bene dal male,
per fare la volontà di Dio
senza venir meno alla fedeltà.

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14-16).


Fraternità della Speranza

Avvicinandoti a noi
troverai giovani, coppie di sposi e famiglie,
donne e uomini consacrati a Dio,
che vivono insieme la Fraternità
e il suo carisma.
Tra noi siamo diversi
per età e per stato di vita,
ma tutti affidiamo totalmente
la nostra vita a Dio
seguendo Gesù con piena fedeltà,
chi nel vincolo del matrimonio,
chi con una speciale consacrazione,
chi nel sacerdozio ministeriale,
e ci impegniamo ad imitarLo
nella povertà, nella castità, nell'obbedienza.
Siamo nel mondo
con il cuore abitato da Dio.
Viviamo tutti del nostro lavoro
rispettando la chiamata di ognuno;
sappiamo tutti, e ce ne rallegriamo,
che nulla ci appartiene
e tutto ci è dato
per essere condiviso e restituito.
Abbiamo in comune il tempo della preghiera,
del servizio, del lavoro,
della formazione permanente
e l’impegno di non trascurarli mai.
Riconosciamo la Parola come nostro fondamento
e la Chiesa come maestra per vivere nel mondo,
senza essere del mondo.
Non ricerchiamo potere e privilegi,
siamo a servizio con umiltà
sapendo stare all'ultimo posto come al primo.
Cerchiamo di far incontrare Dio
ad ogni persona che ci avvicina,
in ogni momento,
con un comportamento buono,
modesto, nascosto.
Persone povere e buone,
semplici e sincere,
persone che tentano di essere
un pezzo di pane che tutti possono mangiare,
persone che non ostentano il loro Signore
ma Lo vivono.
Accogliamo con gioia i talenti
di cui il Signore ci ha arricchiti
mettendoli a servizio gratuitamente
dove ci è richiesto.
Tra noi ci chiamiamo «amici»,
ricordando la parola di Gesù
che ai suoi ha detto:
«Non vi chiamo più servi, ma amici».

«Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non c i sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio»
(1Cor 1,25-29).


La vita restituita

La scelta di essere nella Fraternità
con una speciale consacrazione a Dio
può assumere forme
diverse per ognuno,
attraverso l’impegno dei consigli evangelici.
Quanti si sentono chiamati
alla vita consacrata,
dopo un tempo di discernimento,
vivono in fraternità,
distinti in due specifiche famiglie,
maschile e femminile.
La loro preparazione
dura almeno sei anni,
durante i quali essi si dedicano allo studio
della Sacra Scrittura e della teologia;
vivono del loro lavoro
svolto all'Arsenale o fuori.
Tutti cercano l’umile santità dell’amore.
Tutti cercano l’obbedienza
per imparare a vivere
secondo la logica di Dio.
In casi particolari,
secondo il mandato dei responsabili,
alcuni possono vivere la loro consacrazione
in famiglia.
All'interno della Fraternità maschile
quanti sono chiamati al sacerdozio,
dopo i previsti studi teologici,
chiedono di essere ordinati
a servizio della Fraternità
e del suo specifico carisma.
La Fraternità è il luogo
dove il sì è detto per sempre,
e il sì vero si fa possibile
per la presenza del Signore.

«Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29).


Famiglie

I cristiani della prima comunità
erano un cuore solo e un’anima sola,
cristiani da ventiquattro ore
su ventiquattro,
uniti nell'Eucaristia, nella preghiera,
nella condivisione.
In un tempo in cui molti hanno perso
la gioia di essere cristiani,
il Signore ci domanda con forza
di tornare ad esserlo a tempo pieno.
L’amore che unisce
quanti di noi sono sposati,
l’amore che ci rende padri e madri,
ci spinge ad abbracciare
la vita della Fraternità,
a dire un sì totale, senza condizioni,
a vivere le Beatitudini.
Ci impegna a far fruttare
i doni che il Signore ci ha fatto
e ad assumerci le responsabilità
che ci ha affidato.
Le famiglie della Fraternità
vivono nelle loro case e del loro lavoro
per essere testimoni del Signore nel mondo.
Possono impegnarsi nella Fraternità
a tempo pieno
nel rispetto dei tempi di crescita
e delle necessità delle famiglie,
specialmente dei bambini.
Testimoniano con la loro vita
che la prima comunità cristiana
non è un’utopia.
Nella Fraternità
gli sposati hanno le medesime responsabilità
dei consacrati
perché il battesimo e il dono dello Spirito Santo
sono gli stessi per tutti.

«Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,42-48).


Formazione permanente

Chi entra nella Fraternità
si prepara a dire
un «sì totale senza condizioni»
a Dio, al suo amore,
per diventare strumento
della sua volontà.
Occorrono anni per preparare
questo sì definitivo
e viverlo incessantemente
con fedeltà e stupore,
ma ciò che conta è che ognuno
sia consapevole
di entrare in un cammino di formazione,
personale e comunitario,
che durerà tutta la vita;
sia consapevole
che solo uno sviluppo armonioso
del corpo, del cuore, della mente
potrà renderci docili strumenti
nelle mani di Dio.
Gli amici della Fraternità
hanno uno spazio privilegiato
per i loro incontri, la preghiera personale,
lo studio e la meditazione della Parola,
la preghiera liturgica, l’Eucaristia.
Cercano sempre il confronto
con donne e uomini di Dio,
accompagnatori spirituali,
maestri provati dal tempo,
dalla vita e dal silenzio,
capaci di riconoscere
l’azione della Grazia
e di suggerire come collaborare con essa.
Si confrontano costantemente
anche con il «mondo della buona volontà»,
quel mondo che spesso crede di non credere
ma che nel suo rigore di pensiero
ha sempre dialogato con noi
e spesso ci ha regalato squarci di sapienza
per discernere i segni dei tempi.
Questa apertura
è una condizione indispensabile
perché l’abitudine
non uccida mai carisma e vocazione.

«Se vedi una persona saggia, va’ di buon mattino da lei, il tuo piede logori i gradini della sua porta» (Sir 6,36).


Non è l’abito che ci distingue

Il nostro abito, semplice e dignitoso,
abito di tutti i giorni,
abito di chi non si risparmia,
è adeguato al tempo e al luogo
in cui viviamo.
Non è l’abito a dire
la nostra appartenenza a Dio
ma la bontà, il volerci bene,
lo stimarci tra noi,
il riconoscere l’altro migliore.
Se saremo abitati da Dio
e Lo ameremo con tutto il nostro cuore,
con tutte le nostre forze,
con tutta la nostra debolezza,
saremo rivestiti di Lui
ed avremo il suo profumo.
La croce che portiamo al collo
si ispira a croci dei primi secoli cristiani
ritrovate in una miniera di rame in Giordania,
croci che uomini e donne,
prigionieri per la fede,
sfruttati come schiavi,
forgiavano con le proprie mani
nell'amore per Cristo.
Questa croce
specchiandosi in quella di Gesù
fa memoria
della sofferenza e del dolore
di tutti gli uomini di buona volontà,
credenti e non credenti
di ogni epoca e di ogni parte del mondo,
schiavi, deportati, internati, torturati, uccisi
per un ideale,
per la loro fede,
nei forni crematori, nei gulag,
nelle foibe, nei campi di sterminio
o solamente disprezzati
nelle loro case, nelle loro città.
Ci ricorda
il cuore della nostra Regola,
amati, amiamo:
Gesù ci ha amati per primo,
ci ha amati fino alla croce,
mistero d’amore che sconfigge il male.
Su questa croce c’è l’impronta
della sua resurrezione,
c’è sua Madre, Madre nostra
che fino in fondo ama suo Figlio,
che fino in fondo non Lo abbandona
e non abbandona nessuno di noi.
Portare questa croce
è dire la nostra appartenenza
al Signore e alla sua Chiesa;
ci ricorda il nostro sì totale
e la missione che il Signore ci ha affidato:
trasmettere speranza a chi soffre,
a chi ha fame di affetto,
di pane e di giustizia;
formare e «riparare» i giovani nel Bene.

«Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9,23-24).

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell'ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,25-27).


Arsenali

«Forgeranno le loro spade in vomeri…
non si eserciteranno più
nell'arte della guerra».
La Provvidenza ci ha permesso
di trasformare
un Arsenale di guerra
in una casa a servizio della pace.
In ogni parte del mondo
dove il Signore ci invia,
le nostre case assomigliano
alla prima fondata a Torino.
Sono luoghi ristrutturati
con il lavoro di tanti,
accoglienti ma sobri,
curati ed abbelliti da opere d’arte
per offrire a tutti, anche ai più miseri,
la possibilità di venire a contatto
con ciò che è bello.
Sono «monasteri» nelle città,
luoghi di fraternità e di ricerca di Dio,
punti di ristoro come gli antichi monasteri.
Sono abitazione
delle sorelle e dei fratelli
che hanno scelto la vita comune;
luoghi dove essi vivono
la presenza del loro Signore
ventiquattro ore su ventiquattro,
disponibili ad accogliere chiunque,
in qualsiasi ora del giorno o della notte.
Vi trovano posto le carità
più urgenti e necessarie,
ma soprattutto sono aperti all'incontro
con chiunque voglia ricercare
il senso della sua vita.
Sono in particolare case per i giovani,
gli uomini e le donne di domani,
che più di tutti portano le ferite
delle povertà del nostro tempo.
Avremo anche eremi di silenzio
in luoghi appartati,
collegati con gli Arsenali nelle città,
aperti a quanti vorranno vivere
periodi di solitudine.

«Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4).


Attenti ai segni dei tempi

La profezia che il Signore
ci ha regalato
dà frutto oggi, domani, sempre
se siamo fedeli, poveri, umili, disponibili,
se siamo donne e uomini di preghiera.
Siamo una profezia
se ci lasciamo interpellare
dai segni dei tempi,
se siamo attenti alle esigenze
di chi ci avvicina,
se cerchiamo di mettere l’altro
al primo posto.
Teniamo sempre aperta
la porta dei nostri Arsenali
per comunicare speranza al viandante,
accoglierlo, ascoltarlo, fasciarlo.
Sperimentiamo sempre,
come fosse la prima volta,
la commozione di sentirci spinti
a soccorrere gli altri
prima che pensare a noi.
Prima gli altri poi noi
è la chiave per comunicare
non a parole ma con i fatti
l’amore di cui ognuno è avvolto
e aprire i cuori alla speranza.

«I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona»
(Mt 16,1-4).


Amati, amiamo

La prima comunità cristiana,
benvoluta da tutti,
aveva Gesù al centro della propria vita.
Quando l’incontro con Gesù
diventa incontro «a tu per tu»,
i nostri occhi vedono con i suoi occhi,
il suo cuore diventa il nostro
e così anche il suo amore.
Dio è amore
e noi possiamo essere suo riflesso
perché abitati da Lui,
perché Lo scegliamo c on tutto il cuore,
con tutte le forze, specialmente
quando ci sentiamo poveri, peccatori,
non compresi o scartati,
quando nessuno
si ricorda di noi.
Gesù ci ha amati per primo,
ci ha amati fino alla croce,
mistero d’amore che sconfigge il male.
Amati, amiamo.
Ci inginocchiamo davanti all'uomo solo,
povero, sofferente, oppresso,
per amarlo con il cuore paterno
e materno di Dio,
per accompagnarlo, se lo desidera,
verso l’incontro con il suo amore.

«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,7-11).


La bontà è disarmante

Impariamo a scegliere la bontà,
che disarma e porta a Dio.
La bontà è l’unica chiave per incontrare
e dialogare con l’uomo.
Non sono le rivendicazioni
a fare incontrare gli uomini,
ma è la bontà
che ci rende ricercatori di giustizia,
persone solidali.
I buoni non sono mai stranieri
in nessuna parte del mondo,
non sono estranei a nulla e a nessuno.
Solo i buoni possono indicare
una strada buona, soluzioni buone,
economia buona, politica buona,
potere buono a servizio del bene,
confini buoni, regole buone.
Possono essere il sale,
possono trasfigurare il mondo
perché sanno chiedere perdono a Dio
per il male fatto e sanno perdonare
perché Dio perdona loro.
I buoni possono l’impossibile,
possono desiderare che finalmente
pace e giustizia abitino insieme,
cementate dal perdono.
È vitale che i buoni
si riconoscano e si incontrino.
I buoni possono dire la verità nella carità,
scoprire ciò che unisce,
apprezzare il buono degli altri
e riconoscere che le divisioni di oggi
arrivano da errori, mancanza di carità,
incomprensioni, interessi e paure di ieri.
Testimoniano Gesù Cristo Figlio di Dio,
ricchezza di Dio Padre di tutti.

«Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: È vicino a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città» (Lc 10,3-12).


Una famiglia che accoglie

Le nostre Fraternità in ogni parte del mondo
sono aperte all'accoglienza
delle persone in necessità.
Non tutte hanno le stesse priorità,
ma tutte hanno una predilezione
per i bambini,
specialmente quelli che nessuno ama,
quelli che non si vogliono far nascere,
e per i giovani
verso i quali ci pieghiamo
sempre con amore.
Tutte le nostre Fraternità sono disponibili
ad aiutare donne e uomini
che sinceramente vogliano uscire
da qualsiasi situazione di degrado,
purché accettino una famiglia,
un metodo, una severità.
Tutte sono pronte ad accogliere
ogni uomo o donna
che fugga dal proprio Paese
per motivi politici, religiosi o di coscienza.

«Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,34-40).


Accogliere con la compassione nel cuore

Il samaritano del Vangelo
è passato alla storia
come il samaritano buono.
È sceso da cavallo,
ha lasciato la sua sicurezza, si è commosso,
ha visto ciò che gli altri non avevano visto.
Desidero che le mie figlie, i miei figli
abbiano la commozione nel cuore sempre.
Desidero che scendiamo sempre dal cavallo
che di volta in volta ha un nome diverso:
l a sicurezza di avere già fatto,
la sicurezza che tocca ad altri,
la sicurezza del non vedere.
Desidero che la compassione abiti
nel cuore mio e dei miei figli.
Se il cuore è chiuso, non c’è intelligenza
che ci possa aprire gli occhi.
Il compatire è sapersi mettere veramente
nei panni dell’altro,
il ferito, il deluso, il tradito…
con amore e responsabilità.
Noi desideriamo essere Gesù per l’altro.
E per tutti gli affaticati e oppressi
che incontriamo per la strada
noi siamo Gesù.

«Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è mio prossimo? Gesù riprese: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino ; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: Chi ha avuto compassione di lui. Gesù gli disse: Va’ e anche tu fa’ così»
(Lc 10,29-37).


Il tempo di Dio

«Ciascuno dia secondo quanto ha deciso
nel suo cuore,
non con tristezza né per forza,
perché Dio ama chi dona con gioia»,
raccomanda san Paolo;
così anche noi entriamo lentamente,
ma decisamente,
rispettando le nostre possibilità umane,
nel tempo di Dio.
Un tempo senza orologio,
un tempo in cui l’altro che ci avvicina
non è mai un caso o un problema,
ma una persona che deve poter esprimere
il grido della sua disperazione,
il dramma del suo cuore,
l’intensità della sua ricerca.
I nostri Arsenali sono aperti
ventiquattro ore al giorno,
tutti i giorni dell’anno,
perché l’amore di Dio,
che non ha né orari né giorni stabiliti,
possa esprimersi in noi e attraverso di noi.
Turni sapienti,
con tanti amici buoni e saggi,
fanno sempre più del nostro tempo
il tempo di Dio.

«Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti: ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno. Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro» (2Cor 9,7-11).


Restituirci ai fratelli

Preghiamo infinite volte
con le parole di Gesù:
«Padre nostro…»
e quando «nostro» ci entra nel cuore
realmente scopriamo la fratellanza
fra tutti gli uomini, figli dello stesso Padre.
La restituzione dei nostri beni,
delle nostre capacità,
del nostro tempo e di ogni nostra risorsa
all'umanità che geme
ne è la logica conseguenza.
Da sempre abbiamo nel cuore
le ingiustizie, la miseria, il sottosviluppo.
Abbiamo capito che per affrontare
questi problemi dilaganti
occorre che i beni dell’uomo
siano investiti in lavoro, educazione,
assistenza, sviluppo
anziché in armi, pornografia,
poteri televisivi, sfruttamento…
Questa riconversione a tutti i livelli
parte da noi,
dal nostro restituire noi stessi e i nostri beni,
dal diffondere questa mentalità
tra quanti possiamo raggiungere.
La restituzione diventa così
anche la nostra forma di finanziamento.
Ogni opera e ogni servizio ai più poveri
è frutto di restituzione nostra
e di tanti amici che ci vogliono bene.
Nel nostro sostentamento poi consumiamo
solo ciò che è necessario per vivere,
ricordando sempre
che chi non ha il necessario
maledice chi ha troppo.

«Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli…» (Mt 6,7-13).


La Provvidenza agisce nella sproporzione

Il Signore esprime la sua potenza
quando trova
disponibilità e sincerità di cuore;
allora non teme la nostra debolezza,
la nostra fragilità
e ci rincuora: «Non temere, io sono con te».
Il suo campo è la sproporzione.
Lì agisce pienamente la sua Provvidenza.
Ogni giorno sperimentiamo
che la Provvidenza
risponde al nostro grido di aiuto,
per i mezzi materiali che non abbiamo,
per l’aiuto ai poveri che si rivolgono a noi,
per la presenza di amici disponibili.
Questo avviene con naturalezza,
nel silenzio, nel nascondimento,
come ogni frutto della preghiera
fatta con fede.
Quasi non ce ne accorgeremmo
se non annotassimo,
con discrezione ma puntualmente,
ogni cosa che ci viene donata:
il denaro, le ore di lavoro, i materiali
che ci vengono portati un chilo alla volta…
Lo facciamo con scrupolo,
per amore della trasparenza,
perché nessuno fra quelli che ci incontrano,
vedendo un’opera bella,
possa dire: «Chissà chi c’è dietro»,
ma tutti rendano lode al Signore
che attraverso mille mani di amici
ci dona ogni cosa.
Vigiliamo su noi stessi
per non abituarci al bene
e per non trasformare in potere
ciò che è dono del Signore.
La Provvidenza non ha mai abbandonato
un suo progetto. È la storia di sempre.
Quando qualcuno si affida totalmente a Dio
non è mai deluso. Dio opera così.

«Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno» (Mt 6,25-32).


Andiamo…

A Torino, a San Paolo del Brasile,
a Madaba in Giordania
e là dove il Signore vuole mandarci,
a Pechino, a Roma, a New York…
andiamo…
…perché il Signore Gesù
ha scelto di mandarci
…per amarLo, convinti che, in noi,
Lui traspare ed evangelizza
…con il desiderio di diventare
uomini e donne di preghiera e di azione,
vivendo alla sua Presenza
ventiquattro ore su ventiquattro
…per essere un segno visibile della sua bontà
…per portare il carisma della speranza
e la spiritualità della Presenza,
che il Signore ha donato alla Fraternità
…con la volontà di fraternizzare
con gli amici che incontriamo,
ma senza perdere la nostra identità
e vivendo la fedeltà
alla missione universale della Chiesa,
guidata dal Santo Padre
…con il desiderio di aiutare,
pur con la nostra pochezza, i nuovi amici,
con la disponibilità ad essere da loro aiutati,
vivendo sempre rapporti di sincerità
…per realizzare con gioia, ordinatamente,
la volontà del Signore,
attraverso l’obbedienza
ai responsabili della Fraternità
e al vescovo locale
…perché ogni Arsenale, nella sua diversità,
abbia lo stesso volto dell’Arsenale di Torino,
dove ci condividiamo
con i giovani e i più poveri
…per continuare a vivere
in armonia con i nostri tempi, i nostri ritmi,
il nostro corpo,
alla presenza del Signore,
con la certezza che la Madonna
ci proteggerà sempre in questa missione.

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).


Con il cuore sincero dei giovani

In tutte le città del mondo
dove Dio vuole mandarci
andiamo con l’entusiasmo dei giovani.
Andiamo con la loro volontà
di non arrendersi al male,
di non pensare mai
che ci sia qualcosa di impossibile
per chi si affida totalmente al Signore.
Giovani poveri ma indomabili,
con la compassione nel cuore,
sempre pronti ad amare,
rischiare, inventare, soccorrere…
Giovani che sanno essere
maestri di altri che si sentono persi
e che il mondo giudica persi,
per aiutarli a ritrovare Dio
e il senso della vita.
Con giovani così desideriamo capire
e far capire che la terra è di Dio
e noi tutti possiamo vivere da fratelli.
I giovani, al primo posto
nella nostra Fraternità,
possono essere il sale, il lievito,
gli scopritori delle novità dello Spirito,
e portare una reale novità al mondo
che ha reso poco visibile la paternità di Dio,
avendo sempre nel cuore il sì,
il «manda me»;
avendo sempre nel cuore
la gioia di seguire Gesù,
sorgente della verità e dell’amore.
Con coraggio, la Fraternità cerca
di confrontarsi sempre
con il cuore sincero dei giovani:
essi sono il nostro specchio.

«Poi io udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi? E io risposi: Eccomi, manda me!» (Is 6,8).


Servire la pace

Isaia annuncia un tempo
in cui le armi saranno tramutate
in strumenti di lavoro.
Il profeta parla a nome di Dio,
dunque la pace è possibile
ma l’uomo deve volerla.
Ci sarà pace
se ci sarà riconciliazione,
se ci si chiederà reciprocamente perdono,
se l’odio si scioglierà,
se emergeranno rispetto,
concordia, mansuetudine.
Dedichiamo la nostra vita,
la nostra preghiera incessante a convertire il «lupo» della guerra,
della fame,
della disoccupazione, della non vita
e soprattutto il «lupo» che è in noi
perché la pace, che è dono di Dio,
si manifesti tra gli uomini.
Serviamo la pace con tutto il cuore,
un cuore disarmato
che ha cancellato le parole
nemico, rancore, mio
per sostituirle con la parola «perdono».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

«Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino» (Sal 85,9-14).


Il sì che dà vita

Il nostro sì, il nostro dare la vita
ci rende totalmente liberi
per amare tutti
con cuore indiviso, come Gesù.
Nella vita di fraternità
non diventiamo mai dipendenti
dall'umore degli altri,
diventiamo dipendenti dall'amore di Dio.
Qualunque dipendenza
ci limita e ci rattrista,
la libertà del cuore rallegra la nostra vita
e ci apre al servizio gratuito.
Dipendiamo solo dall'amore di Dio
perché da Lui impariamo ad amare
con gratuità,
senza aspettarci nulla in cambio
se non la gioia di fare felici gli altri.
Tristezze e paure di cui è pieno il mondo
affliggono anche tante persone
che scelgono di dare la vita.
Non basta dire sì a Dio
una volta per sempre,
e poi chiuderci nel nostro sì.
Occorre puntare sull'amore
che è nuovo ogni giorno.
Il sì è sì se dà vita, se crea vita intorno
proprio come una nuova continua creazione.
Il sì è vero se si supera,
se ci aiuta a dare un senso alla vita sempre.
Il sì ci rimette in discussione ogni giorno
perché l’orgoglio non ci renda impenetrabili,
perché l’arroganza e la superbia
non spadroneggino.
Desidero che ognuno cerchi di capire
se il suo sì sta portando vita o paura,
vita o morte.
Se chiediamo al Signore il dono di capire,
anche i più duri di noi
avranno la grazia di cercare e di capire.
Se c’è buona volontà, risorgiamo, cambiamo,
perché Gesù è venuto a portarci la certezza
che possiamo cambiare
in qualsiasi momento.
Il sì è sì se attrae altri sì,
il sì è sì se diventa bene
per quelli che ci avvicinano.
I nostri sì sono sì se danno speranza e gioia,
ma dobbiamo avere la serenità,
la severità e l’ironia
per capire a cosa sta servendo il nostro sì.
Il sì è sì se sa dire come Maria: «Eccomi».
Sempre, in ogni momento,
questo sì ci unisce
all'amore di Dio e al servizio del prossimo.

«Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine. Allora Maria disse all'angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? Le rispose l’ angelo: Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile : nulla è impossibile a Dio. Allora Maria disse: Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,26-38).


L’esame di coscienza

Possiamo indirizzare la nostra vita
verso la verità di noi stessi
se, come curiamo il corpo,
così curiamo i pensieri, il cuore,
la volontà, lo spirito.
La coscienza, illuminata dallo sguardo
del Signore Gesù sulla croce
e guidata dallo Spirito,
sa penetrare il nostro essere
e le nostre azioni,
smascherare ogni compromesso,
orientare alla verità;
sa sciogliere il nostro io in Dio
perché l’io non freni il suo progetto
su di noi e sulla Fraternità.
Fa di noi
sale e lievito,
per rendere sempre più visibile il volto di Dio.
La coscienza, ravvivata
dalla riconciliazione frequente
e orientata dalla guida spirituale,
aiuta ad essere riconoscenti e leali.
L’esame di coscienza è uno degli strumenti
di cui ci possiamo servire
per prendere in mano,
con determinazione, la nostra vita.
Chiedo con tutto il cuore che
chi vive la Regola del Sì,
guardando il Signore sulla croce
e sentendo il suo Spirito d’amore,
si incontri più volte al giorno
con la propria coscienza.
Al mattino, quasi a evidenziare i punti
sui quali porre tutta l’attenzione
all'inizio della giornata;
alla sera,
per riflettere sulla giornata trascorsa,
ma anche a mezzogiorno, all'Angelus,
facendosi aiutare da Maria.
Un esame di coscienza personale,
e settimanalmente comunitario,
che ci renda vigilanti sulle nostre azioni,
sui nostri pensieri, sulla nostra preghiera,
sui nostri propositi, sui nostri sì e sui nostri no,
per essere fedeli
all'amore del Signore.

«Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?» (2Cor 13,5).


Difenderci dal male

La tentazione più grande
che può prendere ognuno di noi
è mettere il proprio io
al posto di Dio,
dimenticandoci di essere suo tempio,
abitati da Lui.
Morire a noi stessi è la strada
per non lasciarci dominare dall'orgoglio,
per essere come Gesù:
miti e umili di cuore.
Cerchiamo continuamente consiglio
per non portare avanti le nostre idee
ma quelle del Signore;
lasciamoci avvicinare da tanti poveri
per avere un linguaggio semplice
e non insuperbirci,
per non sentirci mai arrivati.
Non smettiamo mai di vigilare su noi stessi,
sulle nostre fragilità e sui nostri doni
perché siamo creature e,
pur facendo tutto il bene che possiamo,
abbiamo bisogno di pregare, di tacere
affinché sia sempre il nostro Signore
a parlare,
ad agire dentro di noi.
L’inquietudine o la pace interiore
possono essere le chiavi
per riconoscere il bene e il male
anche dentro di noi.
Il male è accovacciato,
pronto sempre a colpire.
Il bene, invece, è assopito:
solo la nostra intelligenza lo può scegliere
e solo la nostra volontà lo può seguire.
Abbiamo bisogno di difenderci dal male
che spesso si presenta come bene.
Molte tentazioni si vincono solo fuggendole,
digiunando, come segno di libertà,
da immagini, letture, musica
che ci possono portare
lontano dalla logica di Dio.
Difendiamoci dal male
con una preghiera incessante.

«Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affìdati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui» (Sir 2,1-6).

«E non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male» (Mt 6,13).


Arrivati da ieri

In tutto il mondo
gli Arsenali sono luoghi
dove ogni viandante
è accolto con il suo fardello,
le sue pene, i suoi progetti.
Luoghi dove chi «arriva da ieri»,
segnato dalla sua storia passata,
può trovare ristoro nel silenzio, nei volti,
nelle parole di fratelli e sorelle
che vivendo la presenza di Dio
imparano a non giudicare,
a non portare rancore.
Luoghi dove si testimonia la certezza
che la Grazia del Signore opera sempre.
Luoghi dove l’uomo smarrito
può trovare un fratello, una sorella
che lo accompagnano
nell'incontro con la Grazia.
Luoghi dove ognuno è accolto
ma nessuno è giudicato.
Il bene dilaga se chi cerca un segno
trova, in chi lo avvicina,
riflessi della bontà,
della misericordia di Dio.

«Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù disse: Neanch'io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,2-11).


Il tempo della fragilità

La Fraternità è caratterizzata
da una profonda umanità
verso gli amici
che attraversano il tempo della fragilità
fisica, psicologica, spirituale;
sono provati da malattie,
raggiungono la vecchiaia,
sono consumati dal servizio prestato.
Nessuno può essere abbandonato
a se stesso o allontanato dalla Fraternità.
Teniamo sempre aperto il nostro cuore
e la nostra intelligenza
per trovare modi adeguati di accoglierci.
L’amore fraterno, l’amicizia che ci lega,
il volerci bene, non possono venir meno
nei momenti di difficoltà.
E quando la morte porta alla Vita
uno di noi della Fraternità,
il fratello o la sorella
che raggiungono la casa del Padre
continuano ad essere presenti,
quasi abitassero un Arsenale in Cielo.
Nella comunione continuiamo
a lottare perché ci sia più amore di Dio
e più giustizia tra gli uomini,
continuiamo a desiderare
cieli e terra nuova.

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,1-4).


Carismi diversi ma un unico Signore

La nostra Fraternità
è sempre in comunione,
in profonda amicizia
con quegli amici
che dopo un tempo di permanenza
decidono di vivere la loro vita
in forme diverse dalla nostra.
La nostra Fraternità
è sempre accogliente
verso questi amici
che ci hanno aiutato a crescere
nell'amore di Dio.
L’amicizia con tutti loro,
nata dalla grazia del battesimo,
resta sempre riconoscente,
nella comunione dei santi.
Questa stessa amicizia
è aperta a tutte le altre esperienze di fede
nate per portare concordia, giustizia e pace
all'interno delle chiese cristiane,
in altre confessioni religiose
e nel mondo della buona volontà.

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,4-7).


Riconoscenza

Ognuno di noi,
in modo naturale,
respira, si nutre, si disseta,
si riposa, guarda, legge…
E intanto vive, cresce,
soffre , conosce…
Bisogna riconoscere ciò che ci arricchisce
e ringraziare per ogni cosa.
Ringraziare di essere amati
e di poter amare;
di essere perdonati settanta volte sette
e di poter ricominciare;
di essere chiamati a seguirLo
e di essere usati da Lui;
di aver ricevuto molti doni
e di poterli restituire.
Vorrei che il ringraziare entrasse
nella nostra vita come il mangiare,
il dormire, il respirare.
Vorrei che la riconoscenza
per chi ci ha aiutato,
per chi ci ha sopportato,
per chi ha avuto fiducia in noi
non ci lasciasse mai.

«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome» (Lc 1,46-49).


Chiamati ad andare

Là dove siamo,
in Italia o all’estero,
siamo alla presenza di Dio.
Nessuno parte,
nessuno arriva
perché tutti sempre alla sua Presenza.
Ci consideriamo inquilini
di un condominio
sempre in costruzione,
sempre in crescita.
Su ogni piano vive una fraternità
pronta a spostarsi
di piano in piano
per amore.
Un piano può essere l’Arsenale in Brasile,
un altro quello in Giordania,
un altro ancora quello in Italia,
ma anche la redazione del nostro giornale,
la cucina, il centralino, le accoglienze,
la nostra squadra di calcio,
l’oratorio della piazza,
gli uffici e ogni altro servizio svolto
sono un piano…
Ogni piano è luogo sacro
perché anche in un angolo
siamo alla presenza di Dio;
ogni piano è casa madre
perché chi ci vive è Fraternità.
Presenza di Dio e comunione tra noi
ci aiutano a considerare
le diversità una ricchezza,
a vivere serenità, sincerità,
non competizione;
ci rendono «un cuore solo
e un’anima sola» ovunque siamo.

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Mt 7,24-27).


Rinascere

Ogni giorno
per tutta la vita
possiamo cambiare
possiamo provarci
possiamo desiderarlo
con tutte le nostre forze
fino ad arrivare
a dire di me stesso:
mi sono disarmato.
Non conosco più la competizione
con niente e con nessuno.
L’ho abolita.
Non guardo più una persona
negli occhi o nel vestito, ma nel cuore.
Lì posso trovare la sua ricchezza
che mi fa ricco,
la sua bontà che mi edifica,
la sua cattiveria che non trova
spazio in me.
Mi sono disarmato
del mio tempo, dei miei soldi,
del potere.
Mi sono disarmato dei nemici.
Non mi servono.
Mi sono ritrovato felice di servire,
felice di ascoltare,
felice di essere corretto.
Felice di essere di Dio,
di essermi fatto trovare da Lui,
di sentirmi suo e di sentirmi amato.
Sono semplicemente una persona.
Un amico.

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,29b).


Concludere per ricominciare

I doni di Dio si possono vivere
solo rinnovando la sua Grazia in noi.
Altrimenti si perdono.
L’abitudine, la legge al posto dello Spirito,
hanno ucciso tante vocazioni,
spento tanti sogni.
La durezza spesso è diventata struttura
e questa è diventata scandalo.
Anche noi, chiamati dal Signore,
se non Lo amiamo con tutto il cuore
e non ci amiamo tra noi
con amore paterno e materno,
filiale e fraterno,
possiamo entrare in questa abitudine:
avere semplicemente un’etichetta
e non più il cuore.
La storia ci mette in guardia
da questi rischi.
Maria, con la sua maternità,
non si arrenderà perché i doni di Dio
siano sempre vivi in noi
secondo la parola di Gesù.
Lo Spirito Santo che è amore,
e ricrea e fa nuove tutte le cose,
ci guiderà ad essere in ogni momento
ciò che Dio vuole.
Il sì totale senza condizioni
può portare frutto ogni giorno,
può portare a fare cose più grandi di Lui,
non perché noi siamo buoni
ma perché la nostra povertà
incontra ogni momento la Grazia.
Amati, amiamo
perdonati, perdoniamo
compresi, comprendiamo
ascoltati, ascoltiamo
consolati, consoliamo
perché la tenerezza di Dio è in noi.
Con la stessa tenerezza
di cui Dio ci avvolge
noi avvolgiamo i nostri fratelli,
per aiutarli a incontrare Dio,
il senso della vita,
cosicché nessuno, avvicinandoci,
si senta perso.
Terminando queste pagine,
sento crescere una profonda nostalgia.
È la nostalgia per tutte le mie figlie
e per tutti i miei figli sparsi nel mondo.
La maggior parte di loro non sa ancora
che un giorno busserà
alla porta di un Arsenale
e dirà: «Voglio donarmi a Dio».
Loro non lo sanno,
Dio lo sa, io lo sento.
E già li amo con cuore di padre.

«Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell'ospitalità» (Rm 12,10-13).


Regola aperta

La parola Regola non vuol dire
né regola
né comandamento:
vuol dire sapienza.
La sapienza di non ingannare,
di non sopraffare,
di non ammazzare con le mani e con le parole,
di non usare gli altri.
La sapienza di dire la verità,
di rispettare l’altro, di lasciarlo vivere,
anzi di aiutarlo a vivere di amore.
La sapienza di essere liberi,
sciolti dalle reti di bugie, di orgoglio,
di violenza, di furbizia,
di antipatia, di interesse
che sono solo prigioni, prigioni quotidiane.
La sapienza di essere amore,
indifesi e semplici,
diretti e trasparenti, è la libertà di Dio.
La sapienza di ricordarsi
dei tanti errori della storia.
La storia diventa maestra se trova allievi.
Come fondatore di questa Fraternità
ho sentito dunque di concludere la Regola
lasciando «pagine aperte»
che saranno riempite
come il Signore
ci indicherà.

«In lei c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, agile, penetrante, senza macchia, schietto, inoffensivo, amante del bene, pronto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, tranquillo, che può tutto e tutto controlla, che penetra attraverso tutti gli spiriti intelligenti, puri, anche i più sottili. La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento, per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È effluvio della potenza di Dio, emanazione genuina della gloria dell’Onnipotente; per questo nulla di contaminato penetra in essa. È riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà. Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti. Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza. Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata alla luce risulta più luminosa; a questa, infatti, succede la notte, ma la malvagità non prevale sulla sapienza» (Sap 7,22-30).

«In quel tempo Gesù disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,25-27).