Sermig

Sermig e Sindone: dentro la storia

di Elena, Fraternità del Sermig - Non è vErnesto Olivero con Frère Nour a Beirutero che la storia si fa sopra le nostre teste. Chi sa dire "Sì" ai piani di Dio, anche quand’è stanco, anche a Ferragosto, si ritrova quasi senza accorgersene a viverla in prima persona.

 
 
Stare al cuore della storia: questa è la sensazione che molto spesso si prova vivendo all'Arsenale della Pace. In barba a chi crede che il "Sì" a Dio porti fuori dal mondo. È il mondo invece, con tutta la sua complessità, che ci entra continuamente in casa, dalle punte dei grandi eventi all'angoscia quasi invisibile della mamma kirghiza che ha appena perso la lotta contro la leucemia del suo bambino. Sembra che questa, di stare con Lui al cuore del mondo, sia una caratteristica verso la quale il Signore ha spinto il Sermig fin dal suo nascere. All'epoca, erano le contestazioni del '68 che imponevano una scelta di campo. La nostra scelta fu di cambiare il mondo con il Vangelo. Poco dopo, gli anni bui in cui Torino era un grande covo di brigatisti rossi videro presto il Sermig entrare nelle carceri a visitarli, offrendo ad alcuni di loro l'occasione di cambiare vita.
 
 
Incontri ed avvenimenti da allora si succedono ininterrotti, intrecciandosi con la nostra vita. La Polonia di Solidarnosc, la rivolta del carcere di Porto Azzurro, Madre Teresa di Calcutta in visita a Torino, il massacro in Rwanda nel '94, l'alluvione in Mozambico e lo tsunami nel sud-est asiatico, le due guerre del Golfo, la seconda Intifada, il G8 di Genova, la guerra tra Libano ed Israele del 2006 e quella tra Ossezia e Georgia del 2008, il terremoto di Haiti... In tutti questi eventi, e tanti altri ancora, il cuore di Dio che si commuove muove il Sermig a dare una risposta.
 

Beirut dopo i bombardamenti

Intanto, silenziosa ma tenace, si snoda l'opera ininterrotta per cambiare le sorti della storia di tanti poveri del Vietnam, del Burkina Faso, del Brasile, della Georgia... e di innumerevoli altri Paesi dei cinque continenti. Intanto, 24 ore su 24, la porta dell'Arsenale della Pace resta aperta alle povertà ancora più angosciate di Torino, quelle degli esclusi in un mondo di benestanti. Intanto, i giovani, provocatori e disillusi, eppure immensamente bisognosi di appassionarsi per qualcosa di degno, bussano alle porte degli Arsenali... Quanta storia, grande e piccola!
 
 
Ripenso a due momenti vissuti in prima persona. Gli ultimi giorni di Giovanni Paolo II, con Ernesto Olivero e diversi di noi che si alternano a Roma, per essere vicini al grande pastore che soffre; e poi quella carezza di Dio improvvisa, inattesa: la voce di Ernesto, in diretta RAI, che dalla Basilica di San PErnesto Olivero consegna un carico di aiuti umanitari a Beirutietro legge, a fianco dell'amico ormai morto, "Caro Papa, caro papà", la poesia appena scritta che diverrà canzone. Un anno dopo, la guerra tra Libano ed Israele, con tutta la sua inutile violenza, tragicamente preannunciata dalle mail degli amici che dall'Alta Galilea e dal Libano vedono la situazione precipitare senza poter fare nulla per arrestarla, e conoscono poi la paura del quotidiano sotto le bombe. Noi, con la nostra Tenda della Pace aperta immediatamente in piazza Castello al centro di Torino, anche se è piena estate, anche se stare sotto il sole ad agosto sembra una follia, condividiamo la loro attesa della pace, e nel frattempo accogliamo gente di quei Paesi bloccata in Italia dalla guerra. Preghiamo e raccogliamo aiuti per le vittime di entrambi gli schieramenti. E il 7 settembre, grazie a chi ha saputo dire "Sì" anche a Ferragosto, atterriamo a Beirut con un carico di aiuti, primo aereo di pace dopo i rombi della guerra.
 
 
Tante di queste immagini mi tornano in mente mentre, ancofolla ai funerali di Giovanni Paolo IIra una volta, la storia come un fiume attraversa la nostra casa, portandoci i pellegrini della Sindone. Seicento al giorno in media, ma con punte di quasi 2.000 in una sola giornata. Un impegno grosso per la nostra piccola Fraternità, che quest'anno ha già accolto quasi 10mila studenti con i progetti per le scuole, e che sta organizzando il 3° Appuntamento Mondiale Giovani della Pace tra il 27 agosto e il 2 ottobre prossimi. Ma quando tu dici il tuo Sì a Dio, Lui poi ci conta e ti inserisce nei suoi piani. Allora, hai due possibilità: rimangiarti il tuo Sì, barricandoti nel tuo tran tran, o spalancare la porta della tua vita, dare carta bianca al Signore e leggere i segni che ti manda, cercando la risposta che attende da te. Il Sermig - pur tra errori e momenti difficili - ha sempre cercato di fare sua la seconda alternativa. Quante meraviglie ne sono nate, quanto stupore prima di tutto per noi!
 
 
Anche ora, pur nella fatica di giornate colme di imprevisti, sentiamo che il Signore ci chiede di "restituire" l'esperienza di Lui fatta in questi 46 anni, seminando fede, seminando la passione di far bene il bene. E ci manda direttamente in casa i "campi" da seminare. Noi ci fidiamo di Dio. Non ci siamo mai pentiti di farlo. Così, apriamo il portone, le mense (nei giorni di punta ne sono attive tre!), le camere per la notte, le cappelle e tutte le sale per incontri. E a ciclo quasi continuo diamo ragione della speranza che ci anima.
 
 
Ma riceviamo anche tanta benedizione. Pellegrini della Sindone in visita all'Arsenale della PaceQuante liturgie celebrate all'Arsenale, e non solo in italiano. Quante realtà ecclesiali passano lasciando un tassello di Chiesa viva, quella parte di Chiesa che non ha perso i contatti con il Risorto e la sua missione d'amore. Quanta gioia nel riconoscere tra la folla veri uomini e donne di Dio: gente comune e vescovi che servono con umiltà, consacrati innamorati del loro Signore e coppie di sposi che L'hanno accolto stabilmente in casa loro, magari con il volto di un bambino disabile... La comunione che subito si crea, il Dio in me che riconosce il Dio in te, diventa benzina per un nuovo pezzo di strada.
 
 
Come ogni giorno dell'anno, Natale e Ferragosto inclusi, c'è anche chi viene all'Arsenale per servire. Una normalità, se solo la nostra società decidesse di volersi un po' bene.