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Il vangelo di Marco (18/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 11,15-19.27-33.12,13–37: la Chiesa vive per portare il mondo a Dio (1/2).

Quentin Massys, La cacciata dei mercanti dal tempio1) il testo

Prenderemo in esame cinque episodi di contrasto tra Gesù e la dirigenza politico/religiosa di Israele, che ricordano le scene di contrasto con i farisei che abbiamo già trovato nel cap. 2, ma con ben altra drammaticità. Questi contrasti avvengono nel Tempio di Gerusalemme e sono introdotti dall’episodio della cacciata dei venditori, la purificazione del tempio.


2) la cacciata dei venditori

L’episodio di Gesù che scaccia dai cortili del tempio i venditori delle vittime sacrificali ed i cambiavalute, ha in Marco una fisionomia e una importanza particolari per più motivi. Innanzi tutto perché Gesù non agisce d’impulso, come potrebbe apparire dagli altri vangeli. Marco, ed egli solo, ci dice che Gesù è già venuto nel tempio la sera precedente, ha osservato ogni cosa attentamente poi, data l’ora tarda, è uscito ed è andato a Betania (in Matteo va a Betania dopo la cacciata). Marco forse vuole lasciarci supporre che Gesù abbia pensato a lungo a ciò che ha visto, ci abbia riflettuto su ed abbia formulato un piano d’azione, che attua non appena giunge nuovamente nel tempio il giorno successivo? In ogni caso la motivazione del gesto, diversa da quella degli altri evangelisti, in Marco è di carattere veramente messianico, profetico, oltre ad essere un attacco diretto alla classe religiosa, e ad Israele stesso. Il gesto di Gesù è quindi particolarmente importante per comprendere la condanna e la passione, che da quel gesto hanno origine. Si crea infatti tra Israele e Gesù una tensione talmente grave che può avere la sua soluzione soltanto nella passione.

Qual è la motivazione che dà Marco al gesto clamoroso che suscita tutta quell’agitazione, quel tumulto, quella tensione? In quale terreno ideale si colloca? Si colloca sul piano del rapporto di Dio, e del Figlio suo, con tutti i popoli della terra. Il motivo per cui Gesù si scandalizza, e compie quel gesto eccezionale, non è tanto il commercio delle vittime o l’attività dei cambiavalute, quanto il constatare che Israele non ha tenuto in nessun conto e non ha cercato di attuare la profezia di Isaia “la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti”.
Gesù si aspettava di trovare sulle alture del Tempio, ad adorare il Padre, tutti i popoli della terra, e invece vi trova un popolo solo, rinchiuso su se stesso nella pratica del culto, isolato a difesa, asserragliato nel Tempio come i briganti in una caverna a guardia di un tesoro gelosamente custodito. Il Tempio doveva essere di tutte le genti, e la missione di Israele era di portare tutti i popoli a Dio, ed invece nel Tempio Israele è solo, volutamente. Ecco allora la protesta di Gesù, il gesto clamoroso contro questa inadempienza storica. Avevano una funzione nel mondo, e non l’hanno adempiuta.
Quella stessa funzione ha la Chiesa, e anche ad essa è diretto il racconto di Marco. La Chiesa corre lo stesso rischio di isolarsi nel suo viaggio verso Dio. Lo scopo della Chiesa non è solo di andare a Dio, ma di portare il mondo a Dio. Marco chiede alla Chiesa se assolve al suo compito o se fa come Israele e non porta nessuno a Dio.
Il gesto, ma più ancora la sua motivazione, fa nascere una tensione, un contrasto tra Gesù e gli esponenti delle correnti religiose di Israele che sono alla base dei cinque episodi che ora esaminiamo.


Gustave Doré, Disputa tra Gesù e i farisei3) i cinque episodi

Anche qui Marco usa, per scopi strutturali e mnemonici, lo schema abituale dei cinque episodi che abbiamo trovato in tutta la narrazione e che troveremo anche nel racconto della passione. Come sempre, Marco li narra con molta vivacità, e li colloca con molta attenzione. Sono scene di contrasto con i sacerdoti, con i farisei, i sadducei, gli scribi, che insieme erano i rappresentanti del popolo e la dirigenza religiosa e politica di Israele. Ognuno di questi gruppi si scontra con Cristo. I contrasti avvengono in Gerusalemme, nel Tempio. Il tempo – l’imminenza della passione – ed il luogo – il Tempio -, danno un risalto particolare a quanto accade, e sottolineano l’importanza eccezionale degli avvenimenti e del messaggio.

Marco, che sta scrivendo verso gli anni 70 e molto lontano dalla Palestina, vuole spiegare a quelli a cui sta annunciando Cristo perché il popolo di Israele, il suo popolo, lo abbia respinto, lo abbia crocifisso. Ecco allora riuniti questi cinque episodi culminanti nello scontro di Gesù con le classi dominanti di Israele. E nello stesso tempo vuole gettare una luce più chiara e più viva sul messaggio di Gesù, su cosa ha proposto, sull’orientamento che ha dato alla vita dei suoi discepoli, su Gesù stesso.
Elenchiamo brevemente gli episodi, per comprendere l’ordine e il messaggio. Nel primo episodio viene chiesto a Gesù con che autorità fa quelle cose (la cacciata dei venditori), e Gesù trova il modo di non rispondere. Nel secondo viene chiesto se si debba pagare il tributo ai romani, ottenendo una risposta inaspettata. Nel terzo Gesù è interrogato sulla risurrezione dei morti, e la risposta è rivoluzionaria. Nel quarto la domanda verte sul comandamento più grande. Nel quinto invece è Gesù che prende l’iniziativa e pone degli interrogativi, proclama biblicamente la sua dignità di Figlio.

Come sempre in Marco, Gesù parla con autorità, in modo solenne, dà delle risposte che troncano la discussione, però rimane un punto interrogativo. Marco non risponde a tutto, ma pone soprattutto molte domande, che coinvolgono il lettore, ne richiedono la partecipazione ed un approfondimento personale.
L’episodio più importante è quello centrale, il messaggio escatologico della risurrezione. Il secondo ed il quarto ci offrono una proposta operativa di tipo morale, mentre il primo ed il quinto sono una presentazione cristologica.
Attorno quindi al terzo episodio, il messaggio della salvezza, gli altri pongono delle domande: che cosa bisogna fare, come ci si deve comportare quando si riceve questo messaggio (secondo e quarto episodio)? Chi è Cristo che ci dà questo messaggio e ci indica la via, da chi riceve i suoi poteri, di chi è figlio (primo e quinto episodio)? Quindi ci viene annunciata la risurrezione, e ci viene detto che cosa Cristo ci chiede di fare, come vuole che orientiamo la nostra vita.
Gesù nel Tempio ci parla della fede (bisogna credere in lui), della speranza (la risurrezione) e della carità (il primo comandamento).


Karl Schmidt Rottluff, Farisei4) il terzo episodio

Nell’Israele del tempo di Gesù c’erano due correnti, quella farisaica di tipo più moderno, più evoluto, che credeva nella risurrezione dei morti, e quella dei sadducei che invece non credeva nell’aldilà, ma pensava che la realtà dell’uomo fosse tutta circoscritta nella dimensione presente. E questo non perché avessero poca religiosità, ma perché la loro religiosità era rimasta ancorata ai primi libri della Bibbia.
Nella Bibbia il tema della risurrezione arriva molto tardi, l’ispirazione è arrivata gradualmente per portare all’uomo questo messaggio. Nei libri più antichi non c’è questo tema, tutta la realtà dell’uomo è sulla terra. Solo pochi secoli prima della venuta di Gesù, Israele, guidato dal progresso della rivelazione, è arrivato pian piano alla fede nell’aldilà. I farisei rappresentano questa maturazione della religiosità di Israele, mentre i sadducei erano rimasti ancorati al tempo precedente. Per questo i sadducei avevano poca presa sulla gente, rappresentavano una religione troppo antica e statica, che si era fermata troppo indietro nel tempo. Eppure la corrente dei sadducei era la corrente dei sacerdoti, che tenevano in mano le leve del potere, l’autorità politica e religiosa, anche se non proprio l’autorità morale, in quanto Israele stava avviandosi a diventare un Israele farisaico.

I sadducei discutono con Cristo e, per dimostrare che la risurrezione è un assurdo, portano un esempio stranissimo, di una donna che ha avuto sette mariti, tutti fratelli, che l’hanno via via sposata per la legge del levirato, che imponeva a un fratello di un uomo morto senza figli di sposare la cognata. Se vi è un aldilà in cui tutti risorgono, questa donna avrà sette mariti? Questo sembrava ai sadducei un argomento decisivo, perché la poligamia era ancora accettabile, ma la poliandria (una donna con molti mariti) era una cosa addirittura innominabile. Gesù, davanti a questo argomento così banale, reagisce duramente e poi, per rimanere in tono con loro, cita le scritture antiche, e precisamente il libro dell’Esodo, per dimostrare che l’esistenza terrena non può finire con la morte.
Sarebbe però estremamente limitativo constatare soltanto che Gesù è d’accordo con i farisei sul fatto che i morti risorgeranno, in quanto i farisei interpretavano la vita futura ad immagine e somiglianza della vita terrena. Certi testi rabbinici dei farisei sono addirittura impressionanti per la loro descrizione dell’aldilà come una pura proiezione della vita terrena.
Gesù invece vuol far capire che la vita ultraterrena è tutta un’altra realtà, per cui alla domanda “a chi di loro apparterrà la donna?” risponde che quando risusciteremo dai morti non prenderemo né moglie né marito, ma saremo come angeli. Il cielo è un’altra dimensione; la dimensione della terra, compresa quella della famiglia, è un segno della provvisorietà dello stato presente. Siamo nel cielo della vita, della nascita e della morte, sulla terra ci si sposa per la procreazione, e perché l’uomo trova il suo complemento nella donna e viceversa. Il cielo invece è il cielo dell’assoluto, c’è pura vita, è il regno della pienezza, della completezza, della totalità: le creature sono colme della pienezza di Dio.
Quindi Gesù, nel prendere posizione nei riguardi dei sadducei, introduce un concetto totalmente innovativo: la vita del cielo è una realtà di tutt’altro genere di quella della terra.

È importante rilevare che questo episodio rappresenta l’unico caso in cui Gesù, nei vangeli sinottici, promette ai suoi discepoli la risurrezione. Gesù promette molte volte il regno, promette la salvezza, l’attraversamento della morte senza che la vita venga meno, ma non parla della risurrezione, non usa il linguaggio dei farisei. Questo perché il vangelo ci promette la risurrezione di Cristo, non la semplice risurrezione, il che è diverso. Promette la mia risurrezione attraverso quella di Cristo, e il Cristo risorto è tutt’altra cosa dal Cristo terreno, la mia risurrezione come risurrezione di Cristo a cui partecipo.
I farisei erano convinti che i morti, alla fine della storia del mondo, semplicemente risuscitassero per un intervento di Dio. Per Gesù non è così, c’è l’evento della risurrezione pasquale. Questo concetto sarà ripreso e sviluppato a più riprese, nelle sue lettere, da Paolo che, in 1Cor 15, usa queste espressioni per definire il corpo con cui risorgeremo: corpo incorruttibile, spirituale.




Fonte: da Progetto 1991

 

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