Sermig

Il vangelo di Marco (16/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 8,27–10,52: la croce, mistero dove l’uomo trova Dio (1/2).

Alfredo Bortoluzzi, Via Crucis I stazione1) il testo

Prenderemo in esame i tre annunci della passione, distribuiti in ognuno dei tre capitoli (uno nel cap. 8, uno nel cap. 9 e uno nel cap. 10), cercando di cogliere il senso globale del messaggio che Marco ci vuole trasmettere.
Precedentemente abbiamo visto Gesù, attorniato da una folla immensa, ripetere i miracoli dell’Esodo, radunare attorno a sé un suo popolo nel deserto e sfamarlo facendolo partecipare ad una cena messianica, prefigurazione dell’eucaristia. Abbiamo visto un gregge che trova il suo pastore, ed il pastore che raduna il suo gregge, in una prospettiva messianica. Assistiamo ora ad un capovolgimento della situazione, a un cambiamento brusco di scenario.
Se cerchiamo di porci nei panni di un abitante della Galilea dei tempi di Gesù, avendo capito il significato messianico della moltiplicazione dei pani nel deserto e del prodigio di Gesù che cammina sulle acque, potremmo aspettarci una ulteriore crescita delle masse attorno a Gesù, ed il manifestarsi di ciò che attendevano le aspettative messianiche nelle correnti concezioni giudaiche. La concezione messianica biblica e giudaica era essenzialmente gloriosa.
L’inizio del brano, con Pietro che riconosce Gesù come il Cristo, il Messia, potrebbe indurci a credere che gli avvenimenti debbano prendere una svolta consona a tale concezione. Invece no. Gesù improvvisamente, senza nessun segno premonitore, senza alcun preavviso, parla della sua morte, della passione imminente. E ai discepoli che forse già sognano di condividere con lui gli onori del Messia, dice che devono prendere la croce per seguirlo.
C’è poi la trasfigurazione: ai discepoli può ritornare la speranza nel cuore.
Ma Gesù annuncia loro una seconda volta la sua passione, e poi una terza, con un racconto molto particolareggiato: risalito a Gerusalemme, il Figlio dell’Uomo sarà consegnato nelle mani degli scribi e dei sommi sacerdoti, lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno, lo uccideranno. Eppure questo brusco e improvviso cambiamento di scenario ci introduce proprio il messaggio centrale del racconto di Marco, che fa del suo vangelo essenzialmente un messaggio della croce.


John Collier, Crocifisso2) l’attesa della croce

Abbiamo visto come si giunga impreparati all’annuncio della passione, perché ci si attenderebbe piuttosto l’annuncio della gloria, in quanto ne esistono le premesse nei fatti raccontati precedentemente. Abbiamo anche detto che Gesù parla improvvisamente della passione, senza preparare in alcun modo a ciò i suoi discepoli.
Ed allora ci può venire naturale di chiederci perché Gesù non l’aveva mai detto, e se Gesù lo sapeva fin dall’inizio di dover finire così, se lo sapeva fin da bambino, oppure è un’idea che si è fatta strada in lui ad un certo momento, come una illuminazione improvvisa o a poco a poco.
Perché non ne aveva mai parlato? È possibile che di un discorso fondamentale come quello della croce non si trovi alcuna preparazione, e che questo discorso divenga poi di colpo sulla bocca di Gesù incalzante, ripetuto con insistenza, martellato? È possibile che ad un certo momento nella mente di Gesù comincino dei pensieri di morte, che egli si convinca che la missione evangelica si conclude con la passione?
Oggi i commentatori ritengono che effettivamente ad un certo punto Gesù abbia capito che si sarebbe concluso tutto sulla croce, e ne abbia parlato ai discepoli apertamente. Come un profeta che, quando capisce qualcosa di divino, lo rivela a coloro cui il messaggio è destinato. Ad un certo punto questa idea è affiorata nella sua mente con una forza profetica, con una forza tale, che ha dovuto trasmetterla ai discepoli.
La cosa non deve meravigliarci: la mente di Gesù è una mente umana, il Verbo ha accettato con la natura umana anche tutte le sue limitazioni, compresa quella della conoscenza e della coscienza umana. Quindi ci sono cose che Gesù non sapeva, altre che ha appreso a poco a poco. Abbiamo già visto, per esempio nell’episodio dell’emorroissa, che Gesù chiedeva chi l’aveva toccato, e nel vangelo di Marco non si tratta di una domanda retorica.
Se accettiamo questa ipotesi, possiamo chiederci come mai ad un certo punto Gesù abbia cominciato a pensare alla passione. Affrontando la questione da un punto di vista puramente umano, possiamo trovare parecchi motivi, specialmente se allarghiamo la nostra ricerca anche al testo degli altri vangeli, e non solo dei sinottici, ma anche a quello di Giovanni.

Gregorio Marinaro, La croceIn Marco lo si nota poco, ma in Matteo e Luca Gesù, che prima era sempre circondato da una gran folla che lo seguiva, ad un certo punto ha visto che gli si creava attorno il vuoto. Prima c’erano delle grandi masse, delle moltitudini che gli si assiepavano attorno, ma ad un certo punto c’è la solitudine. Come se la gente si fosse stancata dei suoi discorsi, e Gesù avesse capito che per salvare il suo popolo ci voleva ben altro. Ecco la preparazione umana al dramma messianico. In Marco Gesù arriva a Gerusalemme un’unica volta, ma in Giovanni no. Per Giovanni, Gesù è arrivato molte volte a Gerusalemme e si è sempre scontrato con le autorità religiose e politiche della capitale. Ma anche in Galilea Gesù si è scontrato più volte con i farisei, ed erano scontri durissimi, anche con minacce di morte. È utile ricordare al riguardo la paura che avevano i parenti di Gesù, paura che potesse capitargli qualcosa di molto grave, come era accaduto al Battista.
Lo scontro durissimo di Gesù con le autorità politiche e religiose può aver contribuito a far nascere il lui la convinzione che alla fine sarebbe stato votato al supremo sacrificio. Inoltre, nel cap. 14 di Marco, versetto 49, Gesù, quando viene arrestato nel Getsemani, parla del compimento delle Scritture. Nei testi biblici non si parla espressamente di un Messia sofferente, però nel profeta Isaia si parla di un misterioso personaggio (il servo di Jahvé) che, soffrendo e morendo, avrebbe salvato il suo popolo (in particolare Is. 50 e 53).
Gesù ha meditato sulle Scritture, e può essersi identificato con quel personaggio, averlo applicato a sé, come può aver applicato a sé alcuni salmi che parlano delle sue sofferenze, ed aver capito che quello era il disegno del Padre.
Questo da un punto di vista storico, od umano, ma si può ragionare anche da un punto di vista superiore, ricordandoci che Gesù era Figlio di Dio. Il Padre può avergli parlato nei momenti silenziosi della preghiera solitaria del deserto, o mediante una folgorazione profetica, o facendo entrare piano piano nell’anima di Gesù questo divino progetto. Ed ad un certo punto Gesù ne ha parlato ai suoi discepoli ed ha iniziato il viaggio verso Gerusalemme, viaggio che egli compie in fretta, quasi con impazienza, per affrontare la morte.




Fonte: da Progetto 1991

 

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