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In fuga verso l'El Dorado

di Lucia Capuzzi - Sono honduregni, scappano verso il nord, cercano condizioni di vita migliori. Trump manda le truppe a presidiare il confine con il Messico.

Marciano. Instancabili, indifferenti al sole rovente come alla fatica, inarrestabili. Alcuni con i bambini in braccio, altre incinte, un ragazzino di 14 anni con le stampelle prima che un sindaco, commosso dalla sua audacia, gli donasse una sedia a rotelle. Dal 13 ottobre, una folla di migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini viaggia per l’America centrale in direzione Nord. Obiettivo: raggiungere la frontiera statunitense e chiedere asilo. È questa colonna umana quella che il presidente Donald Trump ha definito un’emergenza nazionale. In realtà, l’emergenza dei profughi centroamericani in fuga verso l’El Dorado Usa attraverso il Messico non è nuova. Ogni anno, mezzo milione di salvadoregni, honduregni, guatemaltechi parte per inseguire la “chimera americana”. La maggior parte si “perde” per strada.

Negli ultimi tempi, però, la situazione è ulteriormente peggiorata. Colpa del deteriorarsi delle condizioni socio-politiche in Centroamerica. Honduras in testa. Dove gran parte del territorio, in particolare i quartieri poveri, sono in mano, per l’assenza o la complicità delle istituzioni, alle bande armate, le cosiddette maras. Le estorsioni, imposte da queste agli ambulanti, sono tra i principali motori dell’esodo. Quando il peso diventa insostenibile alla gente restano solo due scelte: essere ammazzato o fuggire. Al pizzo si somma il reclutamento forzato dei giovani da parte delle gang. Nelle zone rurali, infine, è la pressione dei megaprogetti e del cambiamento climatico a trasformare i contadini in emigranti.

Proprio da San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras è partita la Carovana. E prima di essa, ogni giorno, quattrocento persone lasciavano il Paese. «Il problema è che da soli il viaggio diventa letale. Per questo ho consigliato di affrontare il tragitto in gruppo e mi sono offerto di accompagnarli», spiega Bartolo Fuentes, l’uomo che Tegucigalpa considera lo “stratega della Carovana”. «Mi sono limitato a dare la mia opinione su Facebook. Molti hanno risposto.

Abbiamo, così deciso di ritrovarci il 12 ottobre a San Pedro Sula: eravamo in 170. Il giorno successivo siamo arrivati al doppio. Ora sono diecimila. Come avrei potuto organizzare un tale esodo? ». Fuentes ha finito il viaggio verso nord il 16 ottobre. Le autorità guatemalteche l’hanno arrestato per non aver rispettato le formalità di entrata alla dogana e rimpatriato a El Progreso, nel nord dell’Honduras, dove risiede. L’iniziativa ha fatto infuriare l’esecutivo honduregno. Per quest’ultimo si tratta di una mossa «politica» fatta per «screditare il presidente Juan Orlando Hernández», la cui elezione per un soffio, il 26 novembre 2017, non è riconosciuta dall’opposizione. A quest’ultima appartiene in effetti Fuentes, storico attivista e deputato, dal 2013 al 2017, del partito Libertad y refundación dell’ex leader Manuel Zelaya. «Nessuno vuole riconoscere l’evidenza. Gli honduregni fuggono da una situazione disperata. Non inseguono il sogno americano, cercano di salvarsi la vita.

I giovani sono sterminati dalle bande armate, i bambini vengono reclutati a forza, chi non paga il pizzo viene assassinato nella totale impunità. Per questo il flusso di emigranti è incessante – conclude Fuentes –. Solo che gli Usa e il resto del mondo fingono di non vedere la nostra tragedia. A differenza dell’esodo venezuelano, noi non facciamo notizia». Almeno fino ad ora. La Carovana è riuscita ad attirare l’attenzione internazionale sulla tragedia centroamericana. Se non altro perché è caduta nel pieno della campagna statunitense per il voto di midterm.

Trump l’ha trasformata in un’arma elettorale contro i democratici, “colpevoli” di non aver accettato la riforma migratoria repubblicana. Il capo della Casa Bianca ha avviato una vera e propria escalation – ancora – verbale contro i migranti in viaggio. Dopo aver chiesto invano al Messico di fermarli, ha annunciato il dispiegamento di 5,000 militari al confine. Poi ha tuonato: «Stop ai fondi per gli immigrati illegali». Tra le molte minacce, ha ventilato la possibilità di una chiusura totale della Linea, gli oltre 3mila chilometri tra Messico e Stati Uniti. Secondo fonti dell’Amministrazione, la bozza di ordine esecutivo è ancora in fase di studio. E con tutta probabilità vi resterà. Blindare l’intero confine ha dei costi enormi. George W. Bush sborsò, nel 2006-2008, ben 1,2 miliardi di dollari solo per rafforzarlo.

Alle spese dirette, poi, si sommerebbe la perdita economica. Ogni giorno, il volume degli scambi lungo la frontiera, sfiora i due miliardi di dollari. Davvero Washington può permettersi di rinunciarvi? La storia insegna di no. L’ultimo che tentò la mossa ad effetto fu Richard Nixon. Il 21 settembre 1969, il leader repubblicano sbarrò i valichi doganali in funzione anti-droga. Fu il caos. Il mese successivo, l’operazione Intercep fu annullata fra le proteste.

La retorica trumpiana si infrange, però, sulla determinazione della Carovana. Che avanza con la resistenza di chi lotta per la vita, propria e dei familiari.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO