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Un'anima per l'Europa

di Corrado Avagnina - Siamo diventati un Paese euroscettico: un nodo da sciogliere.
Francamente, ci si trova un po’ in imbarazzo a misurarsi con tutto quanto sta movimentando l’appartenenza all’Unione europea.

Le bocce sono tutt’altro che ferme. C’è agitazione ad ondate. Il Governo italiano è in altalenante braccio di ferro con i vertici europei appunto. Sono volate e voleranno ancora parole grosse sull’asse Roma-Bruxelles, con le altre capitali in fibrillazione. Mentre scriviamo non sappiamo come andrà a finire, quanto agli esiti della manovra economico-finanziaria- fiscale dell’Italia, contestata e inizialmente respinta dalla Commissione europea. Ogni giorno un tassello nuovo, in un crescendo di polemica e di tensione, con una partita persino aspra, tutta da scoprire nel suo dipanarsi. Ma con la scadenza ormai all’orizzonte delle elezioni per il Parlamento europeo fissate per maggio 2019, ecco che tutto si complica e magari si incattivisce pure. Diventa allora difficile alzare un po’ lo sguardo oltre il contingente, oltre i conti, oltre il differenziale tra pil e deficit, oltre le percentuali di sforamento o meno, oltre il quadro del dare e dell’avere…
Eppure c’è nella dimensione europea qualcosa di più della contabilità, che non va sottovalutata ma che non può ingabbiarci all’infinito.

Un segnale che qualcosa va fatto a questi livelli più elevati ma più motivanti per tutti è arrivato giorni fa da Eurobarometro che ha misurato con i sondaggi l’attaccamento all’Unione europea dei cittadini comuni. L’Italia – in questa radiografia impietosa – mostra una percentuale minoritaria di appoggio convinto all’Europa stessa, nella misura del 44% (pur evidenziando di amare l’euro come moneta più sicura, al 65%). Ed il nostro è il Paese nel vecchio continente che mostra maggiore euroscetticismo.
Si crede meno in una storia condivisa di cooperazione europea, oltre le frontiere ed oltre gli esclusivismi. È un giudizio critico, dal basso, che certamente dipende da non sempre esaltanti performance dell’istituzione europea, talora non all’altezza.

Ma intanto tutto questo processo, pensando a grandi uomini come De Gasperi, Schumann ed Adenauer che nel dopoguerra lo immaginarono possibile e doveroso, segna il passo o sta indietreggiando in un’Italia attraversata da ventate di sovranismo e di populismo che zavorrano ed oscurano lo sky-line europeo. C’è tanto da ricostruire, da snellire, di ripensare, da rendere credibile in una Unione europea che mostra troppi limiti certo, ma di cui sarebbe rischioso fare a meno. Eppure non bisognerebbe arrendersi alle difficoltà ed alle inadeguate prove di chi ha gestito appunto il quadro europeo in questi anni. Ma forse è urgente pure ritrovare un’anima, persa un po’ per strada. L’ha detto il card. Kasper, al Centro “Ponti di pace” a Bologna: «Anche le Chiese sono carenti. Non c’è una parola profetica, mentre in tutta Europa si cerca la propria identità a scapito dell’altro: prima gli italiani, prima i tedeschi, prima i polacchi... In realtà significa prima me stesso».
Una sconfitta ideale. Su cui rimboccarsi le maniche, senza troppi ritardi, con il coraggio di chi non si rassegna alle macerie determinate dagli egoismi dilaganti o striscianti.

Corrado Avagnina
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Rubrica di NUOVO PROGETTO