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I morti di nessuno

di Lucia Capuzzi - Ceuta – diciannove chilometri quadrati di Spagna in terra marocchina – è la porta invisibile d’Europa. Eppure, in appena 72 ore, tra il 17 e il 20 febbraio, da là sono passate 843 persone: bosa – cioè vittoria nella lingua africana fula – hanno urlato nel toccare la terra promessa. Ancora non sapevano che sorte li attendeva: sei o sette mesi nel Centro di accoglienza temporanea. Poi, un biglietto per un centro di espulsione nella Penisola spagnola. Da cui, nella peggiore delle ipotesi, saranno rimpatriati. Nella migliore delle ipotesi – cioè nel caso in cui non vi siano accordi con il Paese di provenienza –, si trasformeranno in irregolari. L’asilo – in una nazione che respinge il 70 per cento delle richieste – resta un miraggio.

Ceuta è un accesso di servizio all’Europa rispetto alle più note e battute rotte mediterranea e balcanica. Quello riservato ai più poveri fra i poveri. A quanti non hanno nemmeno i soldi per un posto sui barconi della morte dalla Libia all’Italia. E si giocano il tutto per tutto con il salto della triplice rete che blinda la città. O dello Stretto di Gibilterra, verso Cadice, su canotti gonfiabili.
Una disperazione che la valla – come viene chiamata la barriera – non riesce a contenere in 22 anni d’esistenza, al costo di 22mila euro al giorno, come ha calcolato Amnesty International. Il primo muro d’Europa, modello ideale e tecnico delle recenti barriere. “In media, ogni anno, filtrano dal Marocco a Ceuta tra mille e duemila irregolari, quasi tutti subsahariani”, spiega Paula Domingo, carmelitana e fondatrice dell’associazione Elín di Ceuta, scuola di spagnolo e convivenza per i migranti. L’anno scorso sono stati di più: hanno scavalcato in 2.255, conferma l’Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (Apdha). Altri 1.790 sono arrivati via mare o nascosti nei cofani delle auto. Il totale – 4.045 – è, comunque, meno del 10 per cento di quanti ci provano. Questa proporzione resta costante, nonostante l’ulteriore stretta spagnola.

Il muro di CeutaNel 2015, Madrid ha autorizzato i rimpatri automatici di quanti saltano la valla, violando il loro diritto a chiedere asilo. Se si incrementano le entrate, dunque, è poiché, con il moltiplicarsi dei rischi lungo la rotta libica, la pressione su Ceuta cresce. “C’è un aumento, soprattutto di minori non accompagnati”, afferma Inma Gala, delegata della diocesi di Tangeri sulle migrazioni. In pratica è il braccio destro di monsignor Santiago Agrelo, vescovo e francescano, dal 2007 in prima linea nella difesa degli irregolari di passaggio nella città-trampolino verso la Spagna. Vestito con il semplice saio, va a prendere gli ospiti fin sulla strada, si ferma a salutare i molti africani assiepati nei paraggi, e intercala il racconto con battute e aneddoti in italiano. “Da tutta l’Africa, entrano in Marocco dal confine con la Mauritania – con il passaporto falso di una nazione che non richiede il visto – o dalla porosa frontiera algerina”. A Tangeri, il flusso si divide. Le donne con i bimbi piccoli e quanti hanno ancora qualche soldo restano in città. In attesa di raggranellare il necessario per un posto in canotto”, racconta monsignor Agrelo. Nei centri commerciali, le barche gonfiabili – quelle che usano i bimbi in spiaggia – costano sui 300 euro. Ma i subsahariani sanno che acquistarne uno equivale ad autodenunciarsi di fronte alle autorità marocchine. Le mafie li comprano per loro e glieli rivendono a dieci volte il prezzo di listino. “Chi non ha più nulla, si rifugia nella boscaglia di Benyunes, non lontano dalla valla, per mesi, qualcuno per anni, in attesa del momento buono per il salto. Sono in genere maschi giovani, in grado di affrontare un simile sforzo fisico. Non solo la rete, ma la vita alla macchia. È terribile…

Da qualche tempo, poi, Benyunes è piena di adolescenti”, sottolinea il vescovo. Lui stesso vi si reca ogni lunedì per portare cibo, medicine, abiti al popolo della foresta, lontano dalla città e privo di ogni genere di servizio. Almeno a Tangeri c’è la Delegacion della diocesi che opera incessantemente dietro la cattedrale, offrendo docce, consigli, aiuto per pagare gli affitti e medicine. A Benyunes la sopravvivenza dipende dai pacchi di monsignor Agrelo e dal buon cuore di qualche cittadino. Come Reduan Mohamed Jalid, spagnolo di origine marocchina, attivista di Unadikum-Comisión Frontera Sur. Anche lui si reca a Benyunes a portare quel che rimedia da amici e conoscenti. Per questo, conosce i punti dove i ragazzi si radunano in piccoli capannelli in attesa di una mano tesa. Con un piede sull’asfalto e l’altro fra gli sterpi per sgattaiolare nella boscaglia in caso spunti una pattuglia della polizia marocchina, incaricata di tenerli lontani dalla valla. Una versione crudele e senza fine del gioco al gatto e al topo. Con regole precise. A cui anche i benefattori devono attenersi. Primo, le auto possono fermarsi poco, in modo da non dare nell’occhio.

Eppure, anche nella fretta, emergono frammenti di storie. Quella di Juede, 15 anni, partito un anno fa dalla Guinea Conakry: vorrebbe tornare a casa ma sa che non può farlo. Deve saltare ad ogni costo per mandare, dalla Spagna, qualche soldo a casa, con cui la famiglia riesca a ripagare il debito contratto per farlo partire. Di Samba, senegalese, che dice di avere 18 anni ma ne dimostra 14, sta nella foresta, da due, e nel frattempo ha visto morire tre amici di freddo, fame e malattie. Di El Nino, 22 anni: sogna di ritrovare a Ceuta il suo amico, Alfa, partito dal Gambia l’anno scorso. El Nino sa che Alfa è arrivato a Tangeri e, da lì, è partito in canotto. Poi, però, nessuno l’ha più sentito. Scomparso. Come migliaia e migliaia di altri. Non si saprà mai la cifra esatta. Questo tratto di mare a cavallo tra Mediterraneo e Atlantico spesso non restituisce i corpi. Quando accade, le vittime vengono sepolte nel cimitero cristiano di Ceuta. Senz’altra indicazione che un numero. In mancanza di documenti ufficiali, la procedura impedisce – anche in caso di riconoscimento – di mettere un nome o una lettera. Niente. Piccoli loculi, chiusi in fretta con un po’ di intonaco. Ce ne sono file intere. Migliaia di tombe senza nome, né lapide. I morti di nessuno.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO