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Odio di professione

di Claudio Monge - Nella società dei social network che amplifica anche i semplici starnuti di perfetti sconosciuti che esternano su tutto e su nulla, l’unico partito destinato a crescere nei suoi consensi sembra essere quello degli “haters”: termine anglosassone passato senza traduzioni nel nostro vocabolario e designante individui nascosti sotto gli pseudonimi più improbabili, che avvelenano le discussioni online e il dibattito pubblico con commenti improntati a un odio violento e immotivato.

Non vogliamo qui tanto entrare in un’analisi di questo fenomeno, proprio soprattutto del web, quanto sottolineare l’estrema pericolosità di questo atteggiamento che non è che la punta dell’iceberg di una tendenza alla generalizzazione dei giudizi, fondata su una superficialità di analisi, spesso e volentieri causata dall’ignoranza dei temi in questione. In certe regioni del mondo queste derive sono di una pericolosità estrema, soprattutto perché facilmente manipolabili da poteri populistici ed autoritari. Recentemente, lo sottolineava con indiscutibile pertinenza in un editoriale de L’express Jacques Attali (foto), economista e saggista francese di origini algerine, a proposito dell’interminabile scontro tra israeliani e palestinesi attorno al quale continuano a dipendere le sorti di tutto il Medio Oriente. I più irriducibili partigiani della suicida politica del Governo di Tel Aviv, approfittano in modo spudorato dell’incapacità dei più di distinguere ormai tra “antisemitismo” ed “antisionismo”, trattando così da antisemita chiunque la osi criticare. Ora, bisognerebbe ricordare che se l’antisemitismo designa coloro che sono animati da un odio per il popolo ebraico in tutte le sue dimensioni (odio che porta ad attribuire agli ebrei difetti spesso immaginari) e l’antisionismo designa chi si oppone all’esistenza di uno Stato di Israele, non esiste purtroppo nessun termine per designare chi contesta semplicemente l’attuale politica di Benjamin (Bibi) Netanyahu, da quasi dieci anni capo del governo Israeliano.

Non bisogna tuttavia essere degli esperti politologi, per capire che i non pochi “anti-bibisti” (non solo palestinesi e uomini e donne di buona volontà del mondo intero, ma anche cittadini israeliani), sono né antisionisti né, tanto meno, antisemiti, ma semplicemente oppositori di Netanyahu, così come di Hamas, perché partigiani della pace. Allo stesso modo, essere anti-Trump non significa essere anti-americano, così come anti-Putin non significa essere anti-russo. Evidentemente, questa “retorica contro” serve a chi ha interesse a confondere le acque e a favorire un drammatico status quo utile ad alimentare, nel totale disprezzo dei diritti dei più poveri ed indifesi, i propri progetti egemonici e lucrativi. Dissociarsi da questo perverso disegno significherebbe automaticamente capire che, per costruire futuro, non basta essere “contro” a quanto non ci piace nel presente ma bisogna essere “pro” per iniziare a costruire qualcosa di diverso. In questa prospettiva non è più assurdo neppure definirsi, al tempo stesso, “pro-israeliani” e “pro-palestinesi”!

Claudio Monge
LEVANTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO