Sermig

Scegliamo la bontà

Rimase vedova a 22 anni dopo l’attentato di Capaci. La scelta di perdono di Rosaria Schifani, ospite dell’Università del Dialogo del Sermig.

IL RICORDO DI VITO
Quando ci siamo conosciuti io avevo vent’anni e Vito 25; eravamo due giovani spensierati e ci piaceva divertirci. Vito era un ragazzo straordinario. Non lo dico perché era mio marito, ma perché amava così tanto la vita che 24 ore non gli bastavano a fare tutto quello che desiderava: correva i 400 metri, era pilota di secondo grado all’Aeroclub di Palermo e la sua più grande aspirazione era diventare un elicotterista della polizia di Stato. Nel 1992, Vito era uno degli agenti di scorta del giudice Falcone. Essere sua moglie significava vivere in apprensione 24 ore su 24.

Il giorno dell’attentato di Capaci, Vito non doveva essere lì, era libero, ma aveva accettato di sostituire alcuni colleghi assenti per malattia. Questo particolare mi fa sempre pensare che il destino sia stato davvero crudele, anche per questo mi porterò dentro questa tragedia tutta la vita. Mi chiedo come si faccia ad essere così crudeli e a uccidere: io avevo 22 anni, mio figlio Emanuele appena 4 mesi. Il mafioso non si rende conto che il male che fa non colpisce solo le vittime, ma anche tutta la famiglia e tutta la società.



IL MIO CAMMINO
Il giorno del funerale di Vito, del giudice Falcone, di sua moglie e degli altri agenti di scorta, mi resi conto che la mafia era dentro quella chiesa. Perché mi sembrava impossibile che uomini come mio marito, giudici e agenti di scorta, non fossero stati protetti dallo Stato. Mi sembrava che tra la mafia e una parte dello Stato ci fosse un connubio, quasi come se fossero colpevoli entrambi. Di istinto, pensai che avrei dovuto staccarmi dalla città dove vivevo per dare un futuro diverso a mio figlio. Da cristiana, ero e sono convinta che non sia stato il Signore a permettere questo male, ma l’uomo con la sua cattiveria. È per questo che ho pensato di cambiare la mia vita e quella di mio figlio, dandogli la possibilità di non crescere in una città in cui tutti l’avrebbero indicato come “il figlio del poliziotto ammazzato”. Ed io sarei rimasta ‘la vedova’. Ricordo che parlai con il Signore, gli chiesi cosa avrei dovuto fare: ero sola con un bambino piccolo. Gli parlai a tu per tu e aspettai la risposta.

Qualche tempo dopo, incontrai questo ragazzo giovane, che sarebbe diventato il mio secondo marito, appartenente anche lui alle forze dell’ordine. Gli sarò sempre grato per aver fatto da padre a mio figlio. Non era scontato, anche perché lui all’epoca aveva 26 anni.
Però ha svolto il suo compito in modo meraviglioso: la prova che l’amore esiste. Per me aver incontrato questo ragazzo che ha poi fatto da padre a mio figlio è stato un miracolo.

HO PERDONATO
Insieme alla mia nuova vita, è iniziato un percorso di perdono. Nessuno mi ha detto di farlo, l’ho sentito nel cuore, pensando che Gesù ha perdonato Se noi lo amiamo, dobbiamo perdonare come lui ha perdonato, anche quando era sulla croce. Per me Gesù è vivo, è vita. E quindi quando ti comunichi con lui, non puoi mentire a te stesso, dire ‘io perdono’ ma non farlo. Se fai così e ti dici cristiano, c’è qualcosa che non quadra.

Ho voluto comunicare questa scelta soprattutto a mio figlio. Non è stato facile, ma gli ho sempre parlato con dolcezza di suo padre, di quello che è avvenuto. Nelle mie parole non c’è mai stato odio o desiderio di vendetta. E lui lo ha capito.

IL MIO COMPITO
Il mio compito è essere testimone di quello che mi è accaduto, della vigliaccheria che è stata usata nei miei riguardi, sperando che serva magari anche ai ragazzi e agli adulti. Magari tra quanti mi ascoltano, c’è chi ha un parente con problemi di mafia, chissà...
Del resto, il mafioso ormai non è più quello con la coppola in testa, magari è un laureato e occupa posti importanti nella società... Io non mi sento una bandiera antimafia, mi propongo come un esempio di persona normale che cerca di rispettare la legge.

Tante volte sotto le etichette non c’è niente, non c’è nulla di concreto. Io sono qui perché ho sentito che dovevo venire a parlare con persone che mi avrebbero ascoltato con il cuore, per testimoniare il cambiamento che il Signore può operare sempre nelle nostre vite. E soprattutto l’amore che resiste. Penso a quello tra me e mio figlio, come se in questi anni mi avesse detto: «Mamma, abbiamo perso tanto, ma siamo rimasti noi». Io dico, l’amore di Vito in noi.

a cura della redazione unidialogo
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