Sermig

Speranza dal basso

di Claudio Monge - In politichese lo si definisce un contri­buto all’indispensabile «giro di vite nei controlli all’immigrazione illegale dal Medio oriente» ma, in realtà, si tratta dell’ennesimo prezzo della vergogno­sa indifferenza delle politiche europee incapaci non solo di favorire processi di pacificazione a Sud del Mediterra­neo al di là di interessi di bottega (per esempio, il fiorentissimo commercio di armi), ma anche di mettere in campo doverose politiche coordinate di ac­coglienza umanitaria, che dovrebbero essere la carta di identità di Paesi civili e democratici.

Stiamo parlando del nuovo assegno da 3 miliardi di euro firmato ad inizio marzo dalla UE a beneficio del Gover­no di Ankara per la “gestione” del flussi di disperati da arginare sul suolo turco, tutto questo a qualche settimana da un imminente rapporto che si esprimerà ancora negativamente sui “requisiti de­mocratici” turchi in vista dell’annessio­ne all’Unione.

Evidentemente, la coerenza non è una virtù della politica contemporanea e questo nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale. Intanto Ankara sta in queste settimane alimentando il flusso di rifugiati siriani che si aggiun­gono agli oltre 3 milioni e 500.000 di­sperati già sul suo territorio, generando il nuovo esodo di circa 250.000 civili in fuga da Afrin, capitale del distretto si­riano del Governatorato di Aleppo che l’esercito turco ha deciso di ripulire dai presunti terroristi curdi.

I morti, anche civili, non si contano (e mai ne avremo un rendiconto), detta­glio evidentemente irrilevante all’inter­no di un’operazione battezzata, con agghiacciante umorismo, Ramo di Uli­vo. Ma accanto alle “prodezze” della politica internazionale, esistono anche piccole iniziative virtuose che tentano di far filtrare raggi di luce nell’inferno, come quella del progetto Janae. Si tratta di un programma, sostenuto da un gruppo di volontari turchi e di altri Paesi europei, che hanno deciso di mettere in comune le loro competen­ze per dare un supporto ai migranti siriani che desiderano imparare una gestione oculata dei loro poveri ri­sparmi per micro-investimenti di sviluppo.

Mentre le ong classiche gestiscono in genere l’emergenza umanitaria nel suo scatenarsi, qui si tratta di immaginare un futuro che vada al di là dell’emer­genza e di offrire strumenti di integra­zione. L’idea è quella di sostenere e federare dei piccoli gruppi di rispar­miatori (senza badare all’ammontare del risparmio, che talvolta può essere di qualche euro soltanto), inizialmente erano gruppi di donne soltanto, che favoriscano l’inclusione finanziaria di persone in forte disagio sociale. Cia­scun partner del progetto si impegna a risparmiare una cifra mensile (che può riprendere quando vuole, se necessa­rio) per costituire un fondo di micro-credito a zero interessi, dal quale at­tingere per piccoli investimenti (la cui bontà deve essere vagliata e approva­ta dall’insieme dei prestatori).

Si crea così una cultura partecipati­va (i prestiti sono fatti sulla fiducia), si aiutano le persone ad uscire da una logica di mera sopravvivenza al quotidiano portandole ad immaginare un futuro, si incoraggiano piccoli inve­stimenti virtuosi e non fini a se stessi. Si tratta di trasmettere delle capacità di gestione talvolta culturalmente sco­nosciute: un modo per contribuire a quella dignità umana troppo spesso calpestata.

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO