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La scalata di Martin

di Lucia Sali - Un concentrato di potere nella Commissione Europea.
È un nome sconosciuto ai più e il suo incarico ha il sapore dei bizantinismi dell’euroburocrazia, eppure la nomi- na del tedesco Martin Selmayr, (foto) fi nora capo di gabinetto del presidente Jean-Claude Juncker, a segretario generale della Commissione europea è un fatto politico di primo piano. Soprattutto perché si tratta di una sorta di “colpo di Stato” per modalità e obiettivi, come molti media europei lo hanno definito, soprannominando il 47enne giurista da “nuovo Richelieu” a “mostro di Juncker”.

Questo ha come conseguenza la supremazia di personalità tedesche nei posti chiave di potere delle istituzioni europee: è tedesco il segretario generale dell’Europarlamento, Klaus Welle, è tedesca Helga Schmidt, la segretaria generale del Servizio diplomtico europeo di cui Federica Mogherini è Alto rappresentante, è tedesco Klaus Regling, il responsabile del fondo salva Stati Esm che si vuole trasformare in fondo monetario europeo, ed è tedesco anche Werner Hoyer, il banchiere della Banca europea per gli investimenti, la Bei. E, dopo la nomina del ministro del- le finanze spagnolo Luis De Guindos alla vicepresidenza della Bce, la strada è spianata anche a un altro tedesco, l’attuale presidente della Bundesbank Jens Weidmann, per prendere il posto di Mario Draghi alla testa della Bce nel 2019 quando scadrà il suo mandato.

Ma chi è Martin Selmayr, e perché il suo nuovo ruolo in seno alla Commissione europea – il governo dell’Ue – rischia di andare pericolosamente al di là della strada tracciata dai suoi predeessori? Il curriculum è impressionante per la sua ascesa fulminante. «C’è una sola differenza tra Dio e Selmayr, che Dio sa di non essere Selmayr», ha detto una volta l’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.

Dopo dottorato e docenza in diritto europeo alle Università di Passau e Saarland, il giovane Martin passa dal- la Bce al gruppo media Bertelsmann, si avvicina alla CDU di Angela Merkel dove diventa il protégé del decano de- gli eurodeputati tedeschi Elmar Brok, che lo lancia nell’arena politica di Bruxelles. Qui nel 2004 diventa portavoce dell’allora commissaria alle tlc, la lussemburghese Viviane Reding, di cui nel 2009 assume la funzione di capo gabinetto quando diventa commissaria alla giustizia e che spinge per profilarla come futura presidente dell’esecutivo comunitario. Poi l’imprevisto: Juncker viene scalzato dopo quasi 20 anni dal governo in Lussemburgo, diventando candidato ideale per succedere al portoghese José Manuel Barroso alla guida della Commissione Ue.

Dall’oggi al domani Selmayr abban- dona Reding e salta sul cavallo Juncker, che convince a presentarsi come “Spitzencandidat” per il gruppo Ppe. Dopo la nomina di Juncker, Selmayr diviene il suo capo gabinetto, a cui l’ex premier lussemburghese delega sostanzialmente tutto, incluse le principali decisioni politiche prese di concerto con la cancelliera tedesca Angela Merkel. La dinamica della situazione è riassunta dall’hashtag Twitter che cir- cola a Bruxelles, #freeJuncker, “libera- te Juncker”.

Dopo avere instaurato un vero e proprio “regime di terrore” dentro l’esecutivo comunitario “a tutti i livelli”, raccontano diverse fonti vicine al neo segretario generale, ora, grazie al controllo estensivo di tutte le direzio- ni generali della Commissione (simili ai ministeri di uno Stato), del budget, delle risorse umane incluse le nomine alle posizioni chiave, e di tutti i provve- dimenti legislativi che escono da Bru- xelles, il sistema “concentrazionario” di potere di Selmayr è completo.

La sua nomina è stata preparata con minuzia e avvenuta con modalità che sfiorano l’illegalità: saltando una serie di scalini di carriera, il giurista bavarese ha spinto il segretario generale in carica, il funzionario olandese di lungo corso Alexander Italianer, alle dimissioni dopo nemmeno tre anni dalla nomina, e ha fatto approvare a sorpresa il suo nome con un blitz alla riunione settimanale del collegio dei commissari.

Selmayr è ora non solo il primo segretario generale da sempre di na-zionalità tedesca nella storia dell’istituzione, ma è anche l’unico a non essere funzionario di carriera ad avere ottenuto l’incarico ad appena 47 anni. Il suo mandato non ha scadenza. Solo un forte contropotere politico potrebbe ora rimuoverlo. O la sua sete di potere, se riuscirà a coronare il sogno di fondere le cariche di presi- dente della Commissione e quella di presidente del Consiglio europeo, oggi occupata dal polacco Donald Tusk, il suo principale avversario. Lo scontro Commissione-Consiglio è servito, alla vigilia della corsa alle elezioni europee dell’anno prossimo.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO