Sermig

Mamme a rischio

di Gian Mario Ricciardi - Sempre più dfficile conciliare lavoro e figli.
Cartoline-messaggio dalle strade d’Italia. 29.879 donne con bimbi inferiori ai tre anni si “sono dimesse volontariamente” in un anno.
Neppure 5mila hanno trovato un’altra occupazione. In 25mila hanno rinunciato al lavoro per stare con i figli. Grandi mamme che hanno fatto una scelta di profondo valore morale, una scelta che, però, è una sconfitta dello Stato. Sì, perché nella stragrande maggioranza è stata una via obbligata perché negli asili nido e nelle scuole materne i posti scarseggiano e le liste d’attesa sono chilometriche, oppure i costi elevati e non sopportabili.

I dati sono dell’ispettorato del lavoro e certificano (non che ce ne fosse stato il bisogno) una delle nuove sensibilità ferite delle famiglie italiane. È la prova che negli anni (non necessariamente gli ultimi) le parole sono piovute a catinelle a promettere interventi strutturali per favorire le famiglie, le nascite, ma la realtà è molto ma molto diversa.
L’emergenza poi arriva da chi, in questi anni di gelata economica, ha fatto di tutto e con una straordinaria fantasia per sopravvivere coltivando i valori profondi dell’esistenza.

Quando le scuole non avevano soldi, spesso, sono andati loro a tinteggiare le aule o a pulire gli spazi verdi; hanno acquistato carta per le fotocopie e il resto. Quando nei micronidi non c’era posto o le quote erano troppo alte hanno bussato alle porte di suocere e suoceri in pensione, che hanno svolto così un welfare di supplenza.
Ma ora le cose si complicano: si va in pensione più tardi, quindi viene a mancare la scialuppa famigliare di salvataggio; le rette negli asili sono alte e spesso equivalgono allo stipendio. Così si sta a casa.

Una penalizzazione che in un Paese democraticamente maturo non dovrebbe esserci. 8.850 dimissioni convalidate in Lombardia, il numero percentualmente più alto in Italia. E la maggior parte delle donne ammette di farlo perché il bimbo non è stato accolto al nido, perché non ha genitori in grado di supplire, per i costi alti.
Ed è una situazione paradossale perché la Lombardia è la regione con la rete migliore e più folta di strutture per l’infanzia.

Non va molto meglio infatti in Veneto ed Emilia. E in genere va molto peggio al Nord, ovvio, perché al centro e al sud le possibilità di lavoro sono molto inferiori.
Certo c’è il “bonus” confermato dal governo, ma evidentemente non basta. Questa non è l’Italia del rancore e della rabbia, ma certo quella del disagio. Ed è quella che chiede d’essere ascoltata perché non starà sempre in silenzio.

Gian Mario Ricciardi 
TODAY
Rubrica di NUOVO PROGETTO