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Armi nostre

di Nello Scavo - La realtà degli armamenti “Made in Europe”. L’Italia in testa tra i produttori.
La guerra non è che commercio, disse una volta lo scrittore britannico Evelyn Waugh. Ma il sangue degli innocenti è fuori dal tariffario. «Mi domando come fanno ad avere certe armi così sofisticate questi gruppi considerati terroristici. Non sono produttori di armamenti, quindi da qualche parte devono pur arrivare ». L’interrogativo del nunzio vaticano a Baghdad è retorico. Monsignor Giorgio Lingua sa bene da dove arrivano quelle armi. Ma con quella domanda ha voluto coinvolgere i principali protagonisti del disastro iracheno, che poi è trascinato fino alla Siria destabilizzando l’intero Medio Oriente. L’Italia non ne è estranea .

È l’11° Paese nel mondo per spese militari, prima di stati militaristi come Turchia (16°), Israele (17°), Iran (24°). Per le Forze armate spende l’1,4% del Pil, più di partner Nato come Germania, Spagna, Olanda (tutti all’1,2%) Canada (1%) e Belgio (0,9%). In termini assoluti si tratta di 25 miliardi di euro l’anno: 68 milioni al giorno. E la spesa per il comparto militare con i governi Renzi e Gentiloni è cresciuta del 9%. I dati emergono dall’analisi del secondo Rapporto MIL€X 2018, presentato l’1 febbraio da Francesco Vignarca (Rete Disarmo), Lisa Clark (Beati i costruttori di pace), Daniele Santi (Senzatomica), e Daniel Högsta, coordinatore della campagna Ican per abolire le armi nucleari, premiata col Nobel per la pace 2017.

I committenti non mancano. L’Isis per anni ha ottenuto rifornimenti da importanti donatori sauditi. E l’Arabia Saudita, con ordinazioni da 3,5 miliardi all’anno, è il cliente più coccolato dai fabbricanti di armi di tutto il Vecchio Continente. In barba alla crisi, gli affari per i materiali militari “Made in Europe” hanno superato i 40 miliardi, in crescita del 6% e con allettanti previsioni anche per gli anni a venire. Oramai è l’euro la moneta ufficiale di questo business.
Con operazioni autorizzate per un valore di 13,7 miliardi la Francia è il maggiore esportatore, seguito da Spagna (7,7 miliardi), Germania (4,7 miliardi) e Italia (4,2 miliardi).
Che si tratti dell’Iraq, della Striscia di Gaza, degli scontri in Ucraina, della guerra in Siria o delle più irrequiete repubbliche africane, da Bruxelles si sprecano gli appelli per «mettere a tacere le armi e far parlare la diplomazia ». Con scarsi risultati. Maggior successo le gerarchie dell’Unione ottengono nello smercio di tecnologia militare.

Le informazioni fornite dalla Gazzetta Ufficiale Ue, che pubblica il rapporto annuale sulle esportazioni di armi, sono largamente carenti. Una nota a margine informa che «diversi Stati non hanno potuto fornire i dati». Che cosa impedisca a Belgio, Danimarca, Polonia, Grecia, Irlanda, Germania e Regno Unito, di rivelare queste informazioni lo si può solo immaginare. La normativa Europea sulla compravendita di armamenti sembra ridotta a uno specchietto per allodole. La “Posizione Comune 2008/944/Pesc” obbliga gli Stati membri a «impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale». I fatti dicono che questa norma viene aggirata.

Altri importanti mercati sono Oman, Emirati Arabi Uniti, India e Pakistan. L’ultima relazione della Gazzetta Ufficiale di Bruxelles si riferisce addirittura a vecchi dati del 2012. Secondo i rendiconti, delle 47.868 autorizzazioni per l’esportazione richieste nell’area Ue, ne sono state respinte 459, meno dell’1%.
L’altro fronte caldo guarda verso Est. La Russia accusa l’Unione Europea di aver revocato l’embargo imposto contro l’Ucraina sulle forniture militari, laddove si fronteggiano l’esercito di Kiev e i separatisti filorussi. A scontri in corso, però, proprio il Regno Unito ha concluso un importante accordo di cooperazione militare con la Russia che prevede un maggiore scambio di tecnologie. commercio, appunto. «L’unico leader ad averlo capito, comprendendo appieno quali rischi, su scala mondiale, possano venire dalle crisi in Medio Oriente è papa Francesco», dice Loretta Napoleoni, che non è mai stata quel tipo di analista disposto a cedere al “diplomaticamente corretto”.
E insiste: «La “terza guerra mondiale a pezzi” di cui parla il Papa è un fatto, non una suggestione. Ora le cancellerie devono decidere: fermare l’escalation militare o peggiorare la situazione, con ripercussioni ad amplissimo raggio».

Nello Scavo
NP FOCUS

Chiediamo che le armi non siano più costruite perché uccidono, sprecano risorse e intelligenze, provocano vendetta, segnano per sempre la vita dei sopravvissuti.
dalla Carta dei Giovani della Pace - Patto tra le generazioni

foto: Max Ferrero/AGF