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Prove di pluralismo

di Claudio Monge - La notizia è di poche settimane fa: un tribunale di Istanbul ha sentenziato all’unanimità in favore di una famiglia turca che si era appellata per ottenere l’esenzione della figlia dai corsi, normalmente obbligatori, di “Cultura religiosa e conoscenza morale” impartiti alle scuole medie pubbliche. La motivazione alla base della sentenza? I contenuti del curriculum degli studi debbono essere oggettivi e pluralisti. Inoltre, lo Stato deve rimanere imparziale nelle questioni religiose e, dunque, considerare su un piano di parità tutti i credo religiosi.

La denuncia era partita all’inizio del 2017, quando la famiglia in questione si era appellata contro la direzione di una scuola del distretto di Eyüp (quartiere, al fondo del Corno d’oro, noto per la sua moschea-santuario dedicata al portabandiera del Profeta) e, vistasi respingere la richiesta, si era rivolta successivamente alla decima corte amministrativa di Istanbul. Nella denuncia si precisava, tra l’altro, che la studentessa al centro del dibattito aveva subito traumi psicologici a seguito dell’opposizione massiccia dei suoi compagni di classe alle sue convinzioni, opposizione che aveva determinato in lei uno stato di conflitto interiore profondo che metteva ormai in serio pericolo anche il successo del suo anno scolastico.

La direzione provinciale del provveditorato agli studi, naturalmente, aveva dato ragione alla scuola, affermando che l’insegnamento obbligatorio della “Cultura religiosa e conoscenza morale” è in linea con quanto previsto dalla legge e contribuisce alla completezza del servizio educativo. Dopo circa nove mesi di attesa, tuttavia, l’alta corte di Istanbul, in un verdetto definitivo, ha sorprendentemente accolto le richieste della famiglia.

Fin qui i fatti, ma è bene fare alcune precisazioni di fondo. In effetti, la costituzione turca e il programma ufficiale ministeriale delle materie di insegnamento obbligatorie, prevedono un corso di “Cultura religiosa e conoscenza morale” che, però, negli ultimi tempi è stato progressivamente trasformato in un corso, diremo confessionale, di “Educazione religiosa” islamica hanafita. Ecco perché l’avvocato difensore della famiglia turca ha potuto facilmente appellarsi sia all’articolo 24 della Costituzione turca che all’articolo 9 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, dedicati alla libertà religiosa e di coscienza come diritti umani fondamentali, per ribadire che l’obbligatorietà di un corso trasformato in esplicita educazione religiosa contravviene a tali diritti.

Non si tratta, in Turchia, della prima sentenza in questo senso: qualche anno fa, ad esempio, una famiglia alevita aveva ottenuto l’esenzione del proprio figlio dal corso di religione; nell’ultimo caso, in ordine di tempo, la novità è rappresentata dal fatto che per la prima volta questa richiesta di esenzione giunge da una famiglia non credente. Intuiamo qui l’importanza, per il potere turco, di riformare radicalmente una Costituzione che, seppur sovente violentata, rappresenta un ultimo baluardo ad una profonda personalizzazione del potere. Tra l’altro, l’attuale evoluzione delle politiche religiose in Turchia, influenza sempre più pesantemente l’organizzazione del sistema scolastico e il contenuto dei programmi educativi in senso lato: basti pensare l’annunciata esclusione della teoria dell’evoluzione di Darwin, considerata come figlia di un approccio troppo “eurocentrico”.

LEVANTE - Rubrica di NP