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Ultima chiamata

di Lucia Sali - Riforme, elezioni, conti pubblici: le sfide dell’Unione Europea per il 2018.

Dopo l’“annus horribilis” del 2016, si avvia alla chiusura quello della “ultima ratio”, guidato dall’imperativo di deviare la rotta e allontanare le vele dell’Ue dallo schianto contro gli scogli. Sotto l’albero di Natale, però, a ben guardare restano ancora molti i dossier su cui chiedere l’intervento di Gesù Bambino. O quanto meno un impegno politico rinnovato a dodici stelle nel 2018.

MIGRANTI
Nonostante l’impegno profuso dalla presidenza estone dell’Ue negli ultimi sei mesi, il dossier resta bloccato. La riforma del sistema di Dublino, che definisce le regole per l’accoglienza dei rifugiati, è arenata sulle posizioni di intransigenza da un lato di Italia e Grecia, Paesi di primo arrivo delle ondate migratorie, e in parte sostenute da Germania e Svezia, principali stati di accoglienza dei richiedenti asilo. Dall’altro, ci sono i restanti 24 stati membri, dove la Francia è sulla linea delle porte chiuse simile a quella dei Paesi di Visegrad, tradizionalmente avversi ai migranti. Il file andrà ora alla presidenza bulgara dell’Ue, dopo essere già passato per le mani di quelle slovacca e maltese.

BREXIT
La svolta, tutta in salita, è attesa per metà dicembre, con la speranza che arrivi il via libera dei 27 per procedere alle discussioni sulle relazioni future tra l’Ue e la Gran Bretagna dopo il suo addio al blocco. Dopo quasi un anno e mezzo di stasi, sembra che sia a portata di mano un’intesa sul “conto del divorzio” che Londra dovrà pagare all’Ue, sui 55 miliardi di euro, mentre si attendono passi in avanti significativi anche sulla tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono in territorio britannico, e sulla frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda, in modo che vengano preservati gli accordi del Venerdì Santo. Resta da definire integralmente, invece, il rapporto che legherà Londra a Bruxelles dopo la Brexit.

FUTURO & RIFORME
È ancora tutta da scrivere la pagina delle riforme del funzionamento dell’Ue, per rispondere alle sfide della crisi economica, dei populismi e dell’addio della Gran Bretagna. La finestra di opportunità sembra però restringersi sempre di più con la crisi politica in Germania, dove la cancelliera Angela Merkel non riesce a formare una coalizione di governo. La Francia del presidente Emmanuel Macron vorrebbe spingere sull’acceleratore per rivedere la governance dell’eurozona, dotandola di un proprio bilancio e di un ministro delle finanze unico, mentre si avvicina sempre di più la scadenza delle prossime elezioni europee di maggio 2019.

CONTI PUBBLICI
Nonostante quanto fatto finora sia stato apprezzato da Bruxelles, l’Italia resta “sorvegliata speciale” con un debito che non si prevede scenderà sotto la barra del 132% e un “buco” negli sforzi per tenere a bada il deficit strutturale. Dopo una lettera di “avvertimento”, il giudizio finale della Commissione arriverà a maggio. L’anno scorso andò liscia grazie all’impegno del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, consentendo tra l’altro all’Italia di fare pieno uso della flessibilità.

ELEZIONI PARTE SECONDA
Dopo il 2017, che ha visto consultazioni chiave in Olanda, Francia e Germania i cui risultati hanno inizialmente fatto tirare un sospiro di sollievo, il 2018 rischia di essere un boomerang.
La Germania potrebbe infatti tornare alle urne, dopo il fallimento della coalizione “Giamaica” (Cdu-Csu con Verdi e liberali Fdp). Merkel, la cui leadership comincia a essere messa in discussione, sta cercando ora una “Grosse Koalition” bis con la Spd dell’ex presidente dell’Europarlamento Martin Schulz. Altro appuntamento chiave, il voto in Italia: Bruxelles segue con apprensione gli scenari che si profilano alle urne. C’è poi l’incognita della Catalogna, chiamata a votare il 21 dicembre dopo lo scioglimento del “Govern” in seguito alle misure prese dal governo spagnolo per far fronte alla dichiarazione unilaterale di indipendenza di Barcellona.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO