Sermig

Un capitale da sfruttare

di Mauro Tabasso - Sovente la musica non è un valore aggiunto ma un modo per riempirsi le tasche.
Ci sono tipi di musica che proprio non riesco a digerire. Come certi cibi. Ieri sera per esempio ho cenato fuori e ho mangiato cose che io non cucinerei nemmeno sotto tortura. Roba così pesante che probabilmente pure la lavastoviglie si è lamentata. Scommetterei che le hanno dovuto mettere giù il diger selz al posto del detersivo in polvere e un bel fernet nel serbatoio del brillantante. Dopo cena ovviamente siamo spiaggiati tutti sul divano, nell’attesa che i succhi gastrici avessero la meglio in uno scontro epico. Pessima sensazione. Non vale veramente la pena mangiare così per poi patire le pene dell’abbiocco. Sarà per quello che nei ristoranti in cui si professa la nouvelle cuisine ti levano a mala pena la più grossa (fame). E la paghi cara, ma di sicuro dopo cena hai ancora voglia di fare il brillantone; hai ancora l’energia e la lucidità (dal momento che il vino costa anche più del cibo) per fare qualcos’altro piuttosto che “guadagnare” una chaise longue col passo del leopardo.

La settimana scorsa mi è capitata anche quella, la nouvelle cuisine (questioni di lavoro, pubbliche relazioni, diciamo così...). Ora, non mi pare di essere tutto questo esempio di tirchieria, ma la mattina dopo mi dispiaceva quasi andare in bagno. Insomma, tutti quei soldi... E dopo 12 ore di digestione tutto giù per il tubo, non so se mi spiego. Lo stesso effetto che fa certa musica. Alludo allo spreco non al fatto che ti fa accomodare nella toilette. Cioè sì, magari anche quello ma insomma... Il mondo è bello perché è vario e i gusti sono tutti rispettabili, tuttavia sono convinto che il 90 per cento dell’arte, della musica nel mio caso, potrebbe anche non esistere.

Non solo non aggiunge nulla alla mia esistenza, non nutre il mio essere, la mia curiosità, il mio intelletto, ma ingombra e basta, occupando uno spazio che (se vuoto) mi renderebbe certo più leggero, curioso, vitale; uno spazio che potrei tranquillamente conservare vuoto o semplicemente riempire con qualcosa di più importante, che rappresenti veramente un valore aggiunto alla mia vita, alla mia giornata. Il mese scorso, parlando di emozioni, credo di aver fatto cenno ad alcuni film. Non voglio generalizzare, ma il mestiere di chi confeziona quelle pellicole (come di chi produce musica o scrive libri) in generale è vendermele, né più né meno. Lo fanno per lavoro, non hanno altri interessi. E io per loro sono solo una fetta di mercato, un target, un individuo da intortare, convincere, conquistare, e poi da tenere stretto, se possibile.

Nessuno ha a cuore la mia persona, la mia crescita, il mio benessere e il mio portafogli; nessuno ha interesse a spiegarmi come far funzionare le mie emozioni per trovare equilibri migliori, che mi rendano più centrato, più felice.
Gli equilibri non lasciano vuoti, e senza vuoti non posso essere riempito, mentre un certo tipo di commercio necessita della mia infelicità, in modo da offrirmi ora del comfort food, ora un week end alle terme con massaggio, ora un vestito o un paio di scarpe nuovi, ora un mese di abbonamento a una palestra o qualsiasi altra cosa possa gratificarmi... Ma in fondo la colpa è un po’ mia, delle mie scelte. Sono io che devo badare a me stesso e posso decidere se mi va bene così oppure voglio cercare di stare ancora meglio.

Sono io che devo decidere se voglio imparare qualcosa di utile e profondo da un film, dalla musica o da un libro oppure voglio solo distrarmi, dimenticare tutto e distendermi da qualche parte. Se avessi imparato prima a capitalizzare tutte le emozioni che ho provato in vita ora sarei un genio, ma la consapevolezza di poterci ancora provare è davvero una gran bella condizione. Direi che è la base per ripartire, soprattutto se associata a una bella citrosodina con ghiaccio e a un po’ di sano digiuno.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Maggio 2018